Scuola, registro elettronico: ecco i nuovi dati sull’utilizzo nelle scuole italiane

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Scuola, registro elettronico: ecco i nuovi dati sull'utilizzo nelle scuole italiane

L’Osservatorio Scuola digitale ha diffuso i dati, aggiornati allo scorso mese di luglio, relativi all’uso del registro elettronico nelle scuole italiane: secondo il rapporto, pubblicato dal supplemento del quotidiano La Repubblica, ‘Il Venerdì’ e relativo ad un campione di 3500 istituti, nell’82 per cento delle scuole italiane si usa il registro elettronico. Si tratta di un dato che migliora sensibilmente la statistica effettuata nel 2015 quando solamente il 69,2 degli istituti ne faceva uso.

Scuola, registro elettronico: l’82 per cento degli istituti lo utilizza

A distanza di cinque anni dalla legge 135 sulla razionalizzazione della spesa pubblica e dall’introduzione del registro elettronico, si cominciano a vedere risultati di un certo valore anche se, naturalmente, il Ministero dell’Istruzione vorrebbe ridurre velocemente quella percentuale di scuole che ancora non stanno utilizzando il registro elettronico.
Ad aiutare questo processo, dovrebbero intervenire i quindici milioni di euro stanziati dal Governo per il Piano Nazionale Scuola Digitale secondo il quale si arriverà a dotare di registro elettronico tutte le classi del primo ciclo.
A questo proposito, Francesca Picci, coordinatrice nazionale dell’Unione degli studenti, aveva commentato duramente questa novità messa in campo con il nuovo anno scolastico 2017/2018: ‘Occorrono misure più sostanziose, il piano del ministero è del tutto insufficiente e ci conferma la volontà del Governo di non voler risolvere nel profondo le criticità, anzi in certi frangenti le aggrava, si pensi ai 15 milioni destinati ai registri elettronici, strumenti utili soltanto al controllo e alla repressione degli studenti.”
Il Dirigente tecnico del Miur, Antonello Giannelli, ha dichiarato, invece, che il ‘problema delle dotazioni tecnologiche è da ritenersi superato.’. In merito alla possibilità che i registri virtuali possano valere come atti pubblici seppur sprovvisti di firma digitale, Giannelli ha precisato come “in questo caso si abbia una firma elettronica debole, integrata dall’inserimento delle credenziali.”