Dottorato e Abilitazione: questi sconosciuti

Dottorato e Abilitazione: questi sconosciuti

Sul dottorato di ricerca e sull’abilitazione alla professione di docente riceviamo e pubblichiamo di seguito una lettera pervenuta in redazione.

La Lettera

“Abilitazione:
Autorizzazione, ottenuta a seguito di prova, tirocinio ecc., all’esercizio di un mestiere, di una professione, di una mansione” (Dizionari corriere)

 

Introduco questo breve testo con la definizione di abilitazione, poiché ultimamente questo termine è stato sempre più inflazionato, al punto di essere privato del suo effettivo significato.

 

Negli ultimi anni la brutta malattia che ha colpito la scuola: la ricorsite, che ha portato le categorie più disparate ad avanzare continue pretese per accedere allo status di “docente abilitato”.

Che si tratti di individui graziati dal Cielo in virtù di tre anni di supplenze, che nel mondo della scuola vengono ottenute senza tenere in minimo conto la qualità del servizio, o di persone per cui non sono stati banditi percorsi ordinari di alcun genere e che hanno lamentato l’impossibilità di proseguire il proprio iter formativo, diventa sempre più chiara una cosa: il ricorso è la via migliore per garantire diritti a chi non ne avrebbe i requisiti, e che spesso non ha mai fatto mai nulla di concreto e di meritiorio per ottenerli.

Tra tutte le categorie, una spicca certamente più delle altre, vuoi per il fatto di possedere un titolo classificato al più alto livello dell’EQF (il quadro europeo delle qualifiche), vuoi perché nell’immaginario comune si tratta di una categoria composta da figure dalle conoscenze quasi ultraterrene (grazie Oral B!). Questa categoria è quella dei dottori di ricerca.

 

Per darvi la giusta chiave di lettura del mio pensiero, premetto che chi scrive non è mosso da sentimenti di invidia o disprezzo verso la categoria (ebbene sì, anche io sono un dottore di ricerca) e soprattutto, per forza di cose, parla per conoscenza diretta dell’argomento e delle sue problematiche.

Tanti abilitati sono infatti anche dottori di ricerca. Molti studenti ambiziosi e preparati vedono infatti il dottorato come il coronamento del proprio percorso formativo. Chi si appassiona particolarmente a una disciplina, magari instaurando un rapporto di collaborazione e fiducia con un docente che crede in lui, tenta, e spesso ottiene, la possibilità di conseguire il titolo di dottore di ricerca e di intraprendere in seguito una carriera da ricercatore, caratterizzata da anni di precariato e incertezze. Quando un ricercatore è stanco di fare il precario all’università, spesso e volentieri si rivolge a un altro tipo di precariato, quello scolastico, che dovrebbe offrirgli maggiori opportunità di stabilizzazione. E’ questo dunque il retroscena che ha fatto in modo che il TFA, titolo che io ho stesso ho conseguito, sia stato preso d’assalto da un gran numero di dottori e ricercatori, senza dubbio preparatissimi, che si sono cimentati in una selezione non meno di dura di quella per l’accesso al dottorato. Molti dottori di ricerca sono entrati e altrettanti ne sono stati tagliati fuori.

Ora, logica vorrebbe che il solo fatto di non aver superato le selezioni dei due cicli di TFA sia di per sé abbastanza indicativo (“non sei passato perché chi ci è riuscito ha fatto meglio di te”). Questo tuttavia non ha impedito a chi è stato tagliato fuori dalle selezioni e non aveva il servizio necessario per accedere al PAS di avanzare delle “pretese abilitative” per il proprio titolo.

 

 

Da qui mi ricollego alla definizione iniziale:

Se un dottore di ricerca non è riuscito ad abilitarsi a seguito di una prova e non ha svolto un percorso di tirocinio per insegnare nelle scuole – come avvenuto per chi ha superato le selezioni e svolto un TFA -, da dove allora la convinzione assai pretestuosa di possedere un titolo abilitante?

 

La risposta è molto semplice, e viene generalmente formulata così:

 

“Se posso insegnare a degli studenti universitari che vuoi che sia insegnare quattro cose a degli studenti delle medie” (Cit. il 90% dei PhD non abilitati)

 

Vedo già tutti i pedagogisti del passato rivoltarsi nella tomba. Se i dottori di ricerca avessero studiato, anche per sbaglio, delle materie correlate alla pedagogia e alla psicologia, dovrebbero sapere che la cosiddetta “organizzazione psichica” di un adulto non è certo paragonabile a quella di un bambino o anche solo di un adolescente; inoltre – qui basta solo un po’ di senso comune -, conoscere in modo eccellente e approfondito l’ambito ultraspecialistico di una materia di studio non dà alcun tipo di garanzia sulla preparazione negli altri ambiti, specialmente in quelli che riguardano le discipline scolastiche, né tantomeno sul possesso dell’approccio e del metodo giusto per insegnarle (per fare un esempio: posso essere un eccellente conoscitore delle scienze della terra ma disconoscere la biologia, ritrovandomi comunque ad insegnare anatomia e biochimica in un liceo).

 

Un’altra obiezione che viene spesso portata avanti dai dottori ricerca è questa:

 

“Il titolo di accesso all’insegnamento è la laurea di secondo livello (EQF 7). Il dottorato è un titolo di livello più alto (EQF 8), quindi è sufficiente ad abilitarsi, inoltre il TFA dura un anno mentre il dottorato ne dura tre.” (Cit. il 95% dei PhD non abilitati)

 

Anche qui la risposta è piuttosto semplice. Per assurdo, vi fareste prescrivere una cura per una malattia da un dottore di ricerca in biologia, o preferireste che al suo posto ci fosse un medico abilitato alla professione? E, procedendo un po’ meno per assurdo, perché un dottore di ricerca in discipline giuridiche non può esercitare la professione di avvocato se privo di abilitazione, mentre un dottore di ricerca in lettere dovrebbe poter esercitare la professione di insegnante senza essersi abilitato? Ritenete, inoltre, che tre anni di lavoro in un ambito altamente formativo ma comunque aspecifico rispetto alla professione che si intende svolgere, debbano valere più di un anno di tirocinio nell’ambito specifico? Sarebbe un po’ come dire che un panettiere che ha lavorato come apprendista per tre anni, sia in grado di preparare una pizza più buona di quella di un pizzaiolo che ha svolto l’apprendistato per un solo anno.

In conclusione, credo che con un po’ di ragion veduta non sia difficile riconoscere che, a livello di percorso e di requisiti professionali, tra ricerca accademica e insegnamento scolastico ci siano delle enormi differenze, senza per questo nulla togliere al valore del dottorato, a cui viene peraltro riconosciuto un cospicuo punteggio nelle Graduatorie di Istituto. La cosa più logica sarebbe che chi abbia inizialmente scelto di seguire una strada, non decida di seguirne un’altra solo perché apparentemente più comoda e vantaggiosa. Che si tratti di fornire una scorciatoia a un semplice laureato o a un ricercatore pluriqualificato ma senza titoli né competenze specifiche per insegnare, l’intento, ahinoi, è sempre quello di usare la scuola pubblica come ammortizzatore sociale.

Come non vorremmo farci operare da un chirurgo che ha avuto sconti sul proprio percorso di studi, così non vorremmo che l’educazione delle generazioni di oggi e di domani venga affidata a chi avrà potuto approfittare di un’ennesima e gentilissima concessione.

Alessandro Amante

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