Una lettera pubblicata sull’edizione odierna de ‘Il Gazzettino del Nord Est’ offre lo spunto per riflettere sulla condizione dei docenti precari della scuola pubblica italiana. La lettera è intitolata ‘Io, precaria da anni, Ora la mia esperienza non vale più niente’ ed è simbolicamente indirizzata al ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini. E’ firmata dalla Signora Isabella Molina Xaca-Kremser di Cadoneghe, in provincia di Padova.

Scuola, la lettera di un’insegnante al Ministro Stefania Giannini

‘Sono austriaca, ma vivo da tempo in Italia dopo aver vissuto, studiato e lavorato in Messico e in vari paesi centroamericani, sempre nell’ambito dell’educazione e dei diritti umani, occupandomi di rifugiati e sfollati delle guerre civili, di progetti di collaborazione allo sviluppo, di insegnamento delle lingue, e come incaricata regionale dell’educazione e promozione della cultura di pace per le Nazioni Unite in Guatemala. Poi mi sono trasferita in Italia, per formare una famiglia col mio compagno italiano. L’ho fatto con speranza e fiducia: se ero riuscita a essere utile e a mantenermi in America, perché non ci sarei dovuta riuscire in Italia? E infatti, ancora mentre studiavo italiano, ho cominciato a lavorare come docente e non ho mai smesso di farlo durante gli ultimi 18 anni. Ho insegnato in corsi privati, corsi organizzati dalle biblioteche municipali, corsi extracurricolari nelle scuole, in una scuola privata e, finalmente dal 2003, nella scuola pubblica, con contratti annuali. Nella scuola pubblica svolgevo la funzione di docente di conversazione in tedesco, la mia lingua madre. Purtroppo le ore poi sono state drasticamente ridotte dalla riforma Gelmini e così, per poter continuare a svolgere il lavoro che mi piace, dopo anni di esperienza, mi sono iscritta nelle graduatorie come docente di spagnolo, la mia “lingua del cuore”.

PAS e TFA, a cosa sono serviti?

Dopo aver partecipato a molti corsi di formazione, ho ottenuto le abilitazioni: il PAS per conversazione in lingua straniera e il TFA per la docenza della lingua spagnola. Speravo che bastasse. Invece adesso, dopo lunghi anni di lavoro nella scuola, dovrò affrontare un concorso per ottenere la docenza in lingua e letteratura spagnola. Purtroppo non solo l’intera esperienza di lavoro maturata prima di arrivare in Italia non avrà rilevanza alcuna per questa selezione, come del resto la docenza svolta fuori dalla scuola pubblica, ma neanche i lunghi anni quale docente di conversazione in lingua straniera conteranno come titoli di servizio, poiché essi per la classe di concorso di spagnolo risultano non “specifici”. Distinta Ministra, le chiedo in qualità di linguista, ricercatrice e docente: è sicura che solo l’esperienza “specifica” e solo in un’istituzione scolastica sia utile per sviluppare le competenze e soprattutto la formazione professionale integrale del docente? E inoltre, che fine ha fatto la volontà, espressa dall’Unione Europea, di considerare nella valutazione della formazione e dell’esperienza della persona l’insieme delle competenze acquisite in percorsi formali, non formali e informali? Si rende conto, distinta Ministra, che docenti impegnati a scuola da anni, come la sottoscritta, per quanto precari pur vantando le stesse responsabili dei loro colleghi di ruolo, dopo le ultime decisioni del TAR finiranno per concorrere alla pari con ragazzi appena usciti dall’università, senza formazione didattica? È diventato un demerito, per un docente, avere figli da accudire e non avere più vent’anni? È utile per la scuola italiana privarsi dell’esperienza di persone come me, che l’hanno servita per anni portando al suo interno un mondo che altrimenti ne sarebbe rimasto fuori? Colgo l’occasione per porLe i miei attenti saluti.

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