Altri problemi ruotano intorno al variegato mondo senza ‘rose e fiori’ del registro elettronico. Si illustrano in breve alcuni aspetti che potrebbero rappresentare importanti spunti di discussione.
Prima di iniziare la disamina delle considerazioni di cui appresso, vogliamo sottolineare come sia difficile capire la razionalità per la quale la dematerializzazione dovrebbe evitare, nella sua logica interpretazione, il dispendio di risorse economiche rappresentato dall’acquisto dei registri cartacei e di tutti quei documenti che hanno finora rappresentato negativamente il maggiore costo economico di tutte le scuole. Riflettendo, poi, ci siamo resi conto che in questo caso di risparmio proprio non se ne vede neanche l’ombra; il software di cui stiamo parlando è a pagamento e forse il suo costo supera abbondantemente quello che l’istituzione scolastica spendeva negli anni passati per l’acquisto degli immensi faldoni cartacei. Se vogliamo poi essere più precisi e dettagliati ci chiediamo anche come mai il Miur non è in grado, nel 2016, di mettere a disposizione di ogni scuola un software gestionale totalmente gratuito e capace di essere collegato con un unico server ministeriale. Forse il Ministero di Viale Trastevere ci sta lavorando, visto la recente partnership con Microsoft di cui si è da tempo sentito parlare. Noi ce lo auguriamo davvero, visto che il denaro occorrente per il funzionamento e la gestione degli alunni e il personale docente delle segreterie, in fondo, è pagato con i nostri fondi pubblici.
Ma continuiamo ad esaminare le criticità evidenziate a proposito del registro elettronico.

Registro elettronico: troppo tempo rubato alla didattica

Questa è la principale considerazione del personale docente che utilizza quotidianamente il registro elettronico. Non è una bufala ma la pura verità. Molti docenti perdono più di venti minuti (sempre se esiste una connessione decente) dal momento in cui si accomodano in cattedra, effettuando l’appello e iniziando a svolgere regolarmente l’attività didattica prestabilita. In termini orari questi venti minuti si trasformerebbero, se calcolati effettivamente, in giornate lavorative da restituire alla scuola e alle classi. Pertanto, il paradosso è palese ed evidente: si taglia in cultura e si spende in infrastrutture e risorse che nulla hanno a che fare con la didattica e con la spending review.

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Il registro non può essere usato con la LIM, i docenti denunciano: vogliamo i tablet personali

Un’altra criticità – secondo quanto dichiarato dalla maggior parte degli insegnanti – è rappresentata dal fatto che in molte scuole i docenti non sono in possesso dei tablet personali dedicati alla compilazione dei registri elettronici. Molti di loro, pertanto, utilizzano i notebook di ausilio alle LIM presenti in classe. Per tale motivo essi denunciano la preoccupazione di dover girare le spalle alla classe, con le reazioni poco ortodosse facilmente deducibili da parte dell’intera scolaresca. Questa situazione poco nota è denunciata praticamente da tutti gli insegnanti, comporta anche una distrazione collettiva della classe e il rischio di rendere visibili a tutti gli alunni presenti i dati contenuti all’interno del registro personale è abbondantemente elevato, sia per quanto riguarda la privacy che per quanto riguarda la sicurezza personale degli alunni.

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Chi compila il registro elettronico? La privacy è un argomento da non sottovalutare.

Spesso si assiste a delle vere e proprie gare degli alunni a chi fa da ‘compilatore ufficiale’ del registro elettronico della giornata di questo o di quell’insegnante. Questo aspetto è davvero preoccupante, oltre che pericoloso sia per l’insegnante che per l’istituzione scolastica. Permettere questa possibilità a qualcun altro, specie se questo è un alunno è un reato grave e perseguibile penalmente. Si ricorda infatti che la compilazione del registro elettronico è strettamente personale ed è legato al lavoro didattico, professionale e deontologico dell’insegnante. Dare la possibilità di compilarlo all’alunno è un reato che metterebbe in serio pericolo l’immagine della professione insegnante e il buon nome dell’Istituto scolastico. Resta il fatto che tale comportamento è assolutamente permeato in molte scuole italiane e questa abitudine ha comportato, nei mesi passati, anche fenomeni il cui riscontro lo si è avuto attraverso le cronache dei giornali.