Abbiamo perso tutti in questi sedici anni di riforme nel settore dell’Istruzione. La politica che si è giocata il consenso di oltre due milioni di voti provenienti dal mondo della scuola e noi che per il ruolo abbiamo sacrificato vita, famiglia, salute e quant’altro sull’altare della legge di bilancio e del risparmio di spesa pubblica. Un risparmio che rischia tragicamente di trasformarsi in tracollo finanziario dietro alle sentenze che i vari tribunali emetteranno in ossequio alla sentenza del 26 novembre 2014 della corte europea. Dalla tragica chiusura delle Siss del 2006 al taglio di cattedre e posti Ata in tutta la penisola ne sono derivati precarietà diffusa su tutti i gradi di istruzione e di categoria del personale docente. La 107 ha introdotto la precarietà anche all’interno dei docenti di ruolo con la chiamata diretta per ambiti.

La frammentazione del corpo docente

Il fronte si è spaccato in tanti gruppi in contrasto tra loro:

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  • residuali delle Gae contro neo immessi in ruolo da fasi B e C;
  • docenti delle Gae contro i ricorsisti per inserimento in Gae a pettine invece che in coda;
  • neo immessi in ruolo da fasi B e C contro idonei GM 2012;
  • precari delle Graduatorie di Istituto divisi tra partecipanti al concorso e resistenti che non lo hanno fatto;
  • laureate in Sfp contro diplomati magistrali;
  • abilitati con il Tfa contro abilitati col Pas;

E in tutto questo triste scenario i docenti di ruolo “contrastivi” e i precari della III fascia in lotta contro il comma 131 sono rimasti da soli a cantar messa per cercare di arginare gli effetti disastrosi di una riforma liberista che ha creato le premesse per la rinascita delle scuole private. Eppure, mettendo insieme il voto di parenti e amici, due milioni di consensi sono venuti meno a questo governo. Invece ogni giorno nascono nuovi gruppi FB ispirati da principi diversi, anche se legittimi, che contribuiscono a triturare ulteriormente il fronte, agevolando il radicamento della 107. Col senno di poi verrebbe da dire che era meglio non riformare niente, non chiudere le Siss e attendere i normali pensionamenti per non ritrovarsi in questa situazione.

Conclusioni

Siamo giunti a un punto di non ritorno dal quale si può fuggire solamente in un modo: fermarsi a riflettere sulle macerie che ha prodotto la politica e pensare ad un modo per ritrovare l’unione tra tutti i docenti. Invertire la marcia si può, si deve, ma tutti quanti, nessuno escluso, deve farsi un esame di coscienza e chiedersi quale sindacato, quale formazione politica, quale autorevole corrente di pensiero intellettuale sia in grado di tutelare la categoria e da lì cercare di capire che la soluzione si trova nella presa di coscienza piena e responsabile della situazione, senza delegare nessuno. In fondo, ciò che ci ha sempre diviso è stata la diversità, quella stessa diversità creata dalla politica del “Divide et Impera” che ha funzionato alla perfezione.