Lavoro sommerso degli insegnanti – I luoghi comuni contro i poveri insegnanti questa volta si frantumano in mille pezzi. Secondo molti, i docenti appartengono ad una categoria di lavoratori avvantaggiati, principalmente per il loro eccessivo tempo libero. Ma la verità è un’altra e a rivelarla, in questi giorni, è stata una ricerca commissionata dalla Giunta Provinciale dell’Alto Adige. Vediamo di che si tratta.

I sorprendenti risultati della ricerca: eccessivo lavoro sommerso degli insegnanti

Un attento studio dimostra come i luoghi comuni dell’opinione pubblica nei confronti degli insegnanti, circa i loro tempi di lavoro, sono assolutamente privi di fondamento. La ricerca, infatti, ha dimostrato che i solerti formatori svolgono la propria attività lavorativa per 1.643 ore all’anno; ore che, rapportate ad una settimana lavorativa, diventano ben il doppio, cioè 36 ore. Paradossalmente, la gente, ritiene (ingiustamente) che tutta la categoria in oggetto lavora solamente 18 ore settimanali e trae solo profitto, anche per gli eccessivi giorni di vacanza: ben tre mesi di inattività (15gg di vacanze a Natale, 6gg a Pasqua, tutto il mese di Luglio ed Agosto). Per ottenere i risultati enunciati sono stati presi in considerazione 5.200 insegnanti (scuola media e superiore) della provincia di Trento ed è emerso, con sorpresa, quanto segue: i docenti di ruolo lavorano di più (1660 ore annue); i supplenti un po’ di meno (1.580 ore annue); i docenti della scuola secondaria di secondo grado (scuola superiore) detengono il record delle ore lavoro sommerso (in questo caso si parla di 1.677 ore non retribuite). Una lieve differenza si registra anche dal punto di vista dei diversi generi sessuali: gli insegnanti appartenenti al genere maschile svolgono un’attività lavorativa per 1.648 ore annue, mentre quelle del genere femminile, nonostante siano impegnate anche nelle faccende domestiche, dedicano 1.639 ore nell’arco temporale di un anno.

Il lungo elenco degli impegni scolastici non retribuiti

Vediamo più dettagliatamente quali attività non sono contabilizzate o monetizzate all’interno degli emolumenti di un insegnante: la redazione delle programmazioni disciplinari di inizio e fine anno scolastico; la stesura del Pei, del PdP e del Pdf per gli alunni BES, DSA o con le diverse patologie legate al loro apprendimento; le attività di coordinamento (retribuiti con compensi irrisori) e di segreteria (non retribuite affatto); l’organizzazione e la partecipazione alle uscite didattiche e ai viaggi d’istruzione; la compilazione dei registri elettronici (spesso a casa e in orario extra didattico); la recente costrizione da parte del Miur sull’uso della didattica digitale (PNSD) che sta rendendo sempre più difficile e dispendiosa l’attività in classe e le attività di formazione non retribuita per quanto riguarda, per esempio, le importanti figure professionali degli Animatori Digitali; la progettazione e l’elaborazione di progetti didattici curricolari; l’auto formazione; la preparazione delle attività didattiche (lezioni frontali); la correzione delle prove/verifiche scritte o pratiche; i colloqui con i genitori e le riunioni varie, rientranti nelle cosiddette ore di attività funzionali all’insegnamento, per n. 40 ore (quasi sempre questo numero viene abbondantemente superato già a fine aprile). Intanto, lo stipendio rimane sempre quello, insufficiente e poco remunerativo per questi lavoratori.

Una scottante verità: uno stipendio aggiuntivo rimane nelle casse dello Stato

A conti fatti, la maggior parte degli insegnanti – rivela la ricerca in questione – perde, strada facendo, la clamorosa somma di 14.000 euro l’anno (questo è il dato del loro lavoro non retribuito). Uno stipendio aggiuntivo, insomma, il quale farebbe proprio bene a questa categoria di lavoratori, spesso accecati solo dalla passione e dalla vocazione e non, come capita per qualche ‘politicante‘ incallito, il quale è, evidentemente, abbagliato solo dal guadagno e dal lucro indiscriminato legato al Dio denaro.