Corte di Cassazione, storica sentenza sui furbetti de cartellino
Corte di Cassazione, storica sentenza sui furbetti de cartellino

Una sentenza della Corte di Cassazione che farà sicuramente discutere, quella emessa la settimana scorsa, giorno 2 dicembre 2016, dalla Sesta Sezione Penale e pubblicata solo nella tarda serata di oggi sul sito online del Quotidiano della P.A. La stessa stabilisce, infatti, che il reato di truffa si configura anche per il lavoratore che non è obbligato a timbrare nessun cartellino o badge. Si tratta, chiaramente, di una storica novità, che vedrà coinvolti tutti i lavoratori della Pubblica Amministrazione, nessuno escluso. Pubblichiamo interamente l’articolo.

Cassazione, furbetti con o senza cartellino: chi nell’orario di lavoro si dedica a fatti personali paga anche il danno all’immagine

È risarcibile un “danno all’immagine” al Comune dalla gestione della cosa pubblica caratterizzata da violazioni di norme penali (principio già sancito in Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto sussistente la legittimazione alla costituzione di P.C. di un consigliere comunale in relazione al danno all’immagine patito dal Comune a causa delle condotte di peculato commesse da Sindaco). (Sez. 6, n. 2963 del 04/10/2004 – dep. 2005, Aiello, Rv. 231031). Dall’altro lato, non è revocabile in dubbio che discenda un danno di natura economica al Municipio dalla condotta fraudolenta attuata dal dipendente pubblico che faccia figurare di essere presente in ufficio quando invece sia intento a seguire interessi di natura squisitamente privata.
È questo il principio ribadito dalla Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione nella sentenza pubblicata il 2.12.2016 (Presidente: Ippolito – data udienza: 9.11.2016) sulla cui base ha rigettato il ricorso proposto da un dipendente pubblico con qualifica di Commissario Ispettore Superiore della Polizia Municipale di un Comune con l’incarico di coordinatore del settore ufficio atti che giungeva in ritardo in ufficio e svolgeva varie incombenze personali durante l’orario di ufficio, così indebitamente lucrando lo stipendio o, quantomeno parte di esso, con conseguente danno per l’amministrazione comunale.
Inoltre, inutile è stato per il ricorrente eccepire, tra l’altro, l’erronea applicazione del reato di truffa (640, commi primo e secondo n. 1, cod. pen.) per avere la Corte confermato il giudizio di penale responsabilità (commessa — secondo contestazione – nel lucrare indebitamente lo stipendio o quantomeno parte di esso, svolgendo, durante l’orario di lavoro, incombenze private estranee ai compiti istituzionali), sostenendo che in tal caso non troverebbe applicazione in quanto l’imputato non aveva nessun obbligo di timbratura del tesserino di entrata e di uscita e che lo stesso, nel periodo in contestazione, non aveva mai avanzato richieste di straordinario sicché, nella specie, mancherebbero gli artifizi ed i raggiri ed un danno al Comune.
Di diverso avviso è la Suprema Corte laddove nella sentenza ha testualmente ha evidenziato l’irrilevanza della mancanza di un “obbligo di timbratura del tesserino di entrata e di uscita e dell’omessa presentazione di richieste di remunerazione di straordinari, trattandosi – ad ogni modo – di circostanze di per sè irrilevanti ai fini del decidere, là dove il dato saliente ai fini della integrazione della fattispecie é che l’imputato si dedicasse durante l’orario di lavoro a faccende estranee ai compiti d’ufficio“.

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Di Enrico Michetti

(Fonte: ilquotidianodellapa.it)