Dimissioni di Matteo Renzi

Si chiude l’era del governo di Matteo Renzi dopo l’esito referendario di domenica scorsa. L’ormai ex premier ha declinato l’invito di Mattarella a formare un Renzi bis esprimendo la preferenza verso un ritorno anticipato alle urne. Preso atto della volontà di 20 milioni di elettori, Matteo Renzi esce di scena scrivendo un lungo post alle due di notte in cui descrive la sofferenza per la fine della sua esperienza di governo: “Un giorno si capirà che quella riforma serviva all’Italia e non al governo”, scrive.

Il Post

Quando scrive lo fa mostrando la sua parte umana (“non sono un robot”) e nel dire di aver chiuso l’ufficio al terzo piano di Palazzo Chigi per far ritorno a Pontassieve, stavolta da semplice cittadino, lo fa con l’amarezza di chi non è stato compreso. Quella riforma serviva a risparmiare tempo e denaro evitando conflitti istituzionali tra Stato e Regioni ma se il popolo esprime la sua opinione c’è solo da prenderne atto. La coerenza da lui sempre richiamata lo ha indotto a dare le dimissioni da capo di governo. “Non ho uno stipendio e non ho una immunità”, continua; “la politica per me è servire il Paese, non servirsene”.

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Il contropost

Nei commenti sotto il suo post non ci sono sicuramente né i pensionati, né i licenziati con il Jobs Act e nemmeno i docenti della scuola. La distanza che lo separa dalla base, dalla pancia del Paese è siderale. La smisurata autoconsiderazione e autostima che mostra di sé gli impedisce di comprendere i veri errori commessi in questi quasi tre anni di governo. L’occupazione non è aumentata e la scuola è uscita devastata dalla riforma scolastica licenziata con la legge 107. Approvare le riforme costituzionali da lui volute avrebbe significato abdicare alla libertà totale di scelta, di libero arbitrio e di sana democrazia di cui solo l’istruzione sa essere custode. Ma lui no, questo non lo ha considerato, come non considerò gli scongiuri a ripensarci, a non varare quella legge scolastica per la quale oggi mancano ancora insegnanti in larga parte del nostro Paese. Nei fatti ha moltiplicato il precariato, estendendo ai docenti di ruolo una instabilità lavorativa partorita dalle menti eccelse tra i suoi collaboratori, convinti del fatto che il pungolo dell’incertezza di una riconferma del contratto triennale li potesse incentivare a dare il meglio di se. Il popolo della scuola non ha dimenticato quell’ignominia, e neanche la minaccia di querelare quegli insegnanti che in Senato quel giorno piangevano e inveivano contro i parlamentari. Eh no caro Matteo, non siamo noi a dover capire quali riforme servono al nostro Paese, ben consapevoli del ruolo istituzionale che possediamo nel trasmettere il sapere e la conoscenza che deve rimanere libera. Lo scrive la Costituzione, quella carta che tu volevi cambiare.