Vi presentiamo un bellissimo articolo scritto con sagacia da un Preside di un Istituto scolastico lodigiano; ci ha colpiti particolarmente per i suoi contenuti e le sue riflessioni circa il difficile mestiere che, oggi, sono costretti a svolgere molti insegnanti. Questa importante professione è messa quotidianamente in discussione da tutti, a partire dalle famiglie, le quali non riconoscono più nell’istituzione scolastica e nei suoi principali attori la fonte del sapere e dell’educazione propinata con passione ai loro figli.
Riportiamo fedelmente, dunque, quanto scritto sul quotidiano di Lodi “Il Cittadino” del 14 aprile 2017, direttamente da Corrado Sancilio, Preside dell’Istituto “Agostino Bassi” di Lodi.

L’articolo sul difficile mestiere dell’insegnante

L’insegnante tra algoritmi e scarso rispetto.

Perché il direttore del ‘Quotidiano Sportivo’ per il solo fatto di aver apostrofato con «trio delle cicciottelle» le nostre atlete classificate al quarto posto del tiro con l’arco alle ultime Olimpiadi di Rio de Janeiro è stato rimosso seduta stante dal proprio editore, mentre i giornalisti che definiscono ‘capre deportate’ o peggio ancora ‘semianalfabeti che scioperano’ quei docenti che a causa di uno strano algoritmo ministeriale si sono trovati sbattuti nei quattro cantoni del nostro territorio, con gravi ripercussioni sullo stesso menage familiare, non si sono visti arrivare sulla scrivania nemmeno uno straccio di rimprovero scritto? Forse che un insegnante vale meno di un atleta? O semplicemente perché la figura dell’insegnante è caduta in una sorta di oblio sociale da non essere più ritenuta degna del dovuto rispetto? Diciamo pure la verità. L’insegnante oggi è lo stereotipo patetico della figura sfigata, racchiusa in una cultura che continua a snobbare l’educatore visto nel suo rapporto tradizionale, abbondantemente superato dagli eventi che chiedono altro e che trovano nei genitori dei validi alleati nonché sostenitori. Ma allora se è così cerchiamo di capire cos’è quest’altro, dettato dagli eventi a causa del quale l’insegnante è caduto in disgrazia. Cominciamo col dire che dagli anni settanta in avanti è molto cambiato il rapporto tra genitori e figli. Si è passati da un rapporto patriarcale ad uno amicale, entrambi comunque rappresentano l’eccesso nella relazione famigliare.
Il padre ‘patriarca’ è una figura culturale trasmessa di generazione in generazione fino a quando la lotta sociale degli anni settanta l’ha messa in discussione. La società cambia e con essa cambia la cultura delle relazioni. La figura genitoriale, dal rapporto educativo, perde di consistenza e conseguentemente di autorevolezza. Si pone ora un problema: come fare recuperare il rapporto con figli? Si sceglie la via più semplice: diventare amici. Con l’amicizia molti genitori pensano di amare di più e meglio i propri figli. Qualche pacca sulle spalle, qualche regaluccio in grado di soddisfare dei desideri, qualche accordo che certifica una solida intesa, niente di cui pretendere, niente rimproveri, niente di niente. L’amicizia è più vantaggiosa e più produttiva di un sentimento d’amore verso i figli. Tutto ok? Macché! Ed ecco che questo stile privo di etica relazionale arriva anche nelle scuole. Nasce la cultura del permissivismo tanto che l’alunno può contare su un alleato forte, pronto a difenderlo sempre e comunque come si fa tra veri amici. E’ l’epoca del professore che non si deve permettere di rimproverare, perché il rimprovero non fa parte della cultura famigliare; che non si deve permettere di essere severo, perché la severità è un patrimonio sociale del passato; che non si deve permettere di pretendere la disciplina, perché questo condiziona la psicologia dei rapporti.

Dopo duemila anni, sono ancora attuali gli scritti di Platone a proposito degli insegnanti

A questo punto è meglio ricordare quanto scrive Platone ne “La Repubblica”: «Quando il padre impaurito finisce per trattare il figlio come suo pari non è rispettato; quando il maestro non osa rimproverare gli scolari, questi si prendono beffa di lui». Stiamo parlando di un signore che scriveva queste cose più di duemila anni fa. Evidentemente il mondo, sotto certi aspetti, è sempre lo stesso. Anzi no. Il mondo è cambiato, ma in peggio.
Oggi i professori vengono minacciati quando un tempo erano ossequiati, insultati quando un tempo erano omaggiati, aggrediti quando un tempo erano difesi, trascinati in tribunale quando un tempo erano ascoltati, sbeffeggiati quando un tempo erano lodati. E allora perché meravigliarci se la figura del professore è socialmente scaduta, se il confronto tra genitori e professori è impari, se la disciplina in classe non ha più riscontro educativo, se la difesa tout court dei propri pargoli è uno stile a cui nessun genitore si sottrae. E se questo è un dato di fatto, perché meravigliarsi quando dei giornalisti definiscono «capre deportare» quei docenti costretti a raggiungere sedi di lavoro poste all’altro capo dello stivale, o «semianalfabeta chi sciopera» chi lotta per i propri diritti? «This is legal», «questo è legale» dicono gli inglesi. Già, è legale. Del resto offendere o insultare una persona non è più un reato penale.
Con il Decreto Legislativo n.7 del 15 gennaio 2016, infatti, questi tipi di reati sono stati declassati a illeciti civili e pertanto si può arrivare al massimo ad ottenere qualche multa eventualmente comminata da un Giudice di pace. Dunque, se la cultura prevalente è questa, non ci rimane che cominciare daccapo e riscoprire l’importanza dell’educatore, del formatore, del testimone dei valori.
La riscoperta passa da una radicale innovazione di pensiero che non guarda più all’insegnante come depositario di nozioni, ma come persona che deve necessariamente lavorare con i ragazzi, perché sono loro il futuro. Lasciamo perdere gli adulti, lasciamoli al loro destino, loro sanno come riparare a un danno, loro sanno come rimboccarsi le maniche come hanno fatto i nostri padri nel dopoguerra. Del resto è difficile educare un adulto, quanto è facile, invece, puntare sui ragazzi.
Pensiamo ai giovani, ai quali stiamo offrendo uno squallido modello di vita. E’ opinione diffusa che per ottenere qualche buon risultato, occorre partire dalla testimonianza. Un insegnante non deve essere un accademico, ma padrone della comunicazione per capire e farsi capire. “Mi accorgo di aver fatto una buona ora di lezione se ho imparato qualcosa” amava ripetere Giovanni Gentile, filosofo e pedagogista. E questo è il punto. Perché capire a farsi capire presuppone un’attenzione e una predisposizione che solo chi è un testimone intellettuale e sociale riesce a trasmettere. Bisogna essere vicini ai propri alunni, essere umani senza per questo non essere severi nella propria opera di insegnanti. La scuola per raggiungere il suo scopo principale non può fare a meno di riscoprire la propria genitorialità sociale attraverso la testimonianza dei suoi insegnanti, fonte di valori per adulti e genitori in particolare. Non c’è più tempo da perdere. Cominciamo con decisione ad occuparci socialmente dei nostri allievi fin dalla scuola materna, a correggerli con pazienza, a smentire, se necessario, i genitori quando sbagliano. L’opera richiede tempo anche se il tempo purtroppo corre senza darci tregua.
La cattiva notizia è che vola. Quella buona è che tu sei il pilota, ama ripetere Michael Altshuler, autore di libri sulla psicoterapia.
Corrado Sancilio, Preside dell’Istituto “Agostino Bassi” di Lodi
Che dire all’autore di questo splendido scritto: complimenti davvero! Complimenti per aver descritto con lucidità quello che gli insegnanti vivono quotidianamente all’interno del mondo della scuola, con le sue dinamiche genitoriali e con i suoi momenti paradossali, rivolti solo ad accontentare quei figli che oggi vivono sempre più dentro le campane di vetro.

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