Chiamata
Chiamata

Chiamata diretta: viviamo un momento storico buio e drammatico per la scuola italiana, la quale si trova in piena emergenza educativa, falcidiata da anni di politiche di austerity drastiche e non poco dolorose, non solo per chi vi opera da anni, ma anche per gli studenti, ridotti a meri “utenti”, fruitori di un “servizio” erogato in un ‘ottica aziendalistica ed economicistica di privatizzazione di quello che è e dovrebbe essere un organo costituzionale.
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Mentre sta accadendo tutto ciò sotto gli occhi piuttosto indifferenti della società civile, ormai silente e sorda di fronte a tale sfacelo, vengono introdotti meccanismi “premiali”, piuttosto arbitrari e discrezionali, con il malcelato intento di innalzare il livello di conflittualità tra colleghi, mortificare la professionalità e limitare la libertà d’insegnamento.
Uno di questi, sicuramente è l’ormai famigerata “chiamata diretta”, da parte del preside manager, pilastro della cosiddetta riforma della “Buona Scuola” (L.107/15), voluta dal governo Renzi e accettata e sottoscritta dai sindacati confederali firmatari di contratto, i quali non hanno fatto altro che ratificare un riequilibro dei poteri tra il dirigente scolastico e il collegio dei docenti che, convocato dal preside, dovrebbe deliberare sui requisiti del docente chiamato a insegnare.
Cgil, Cisl, Uil e Snals, infatti, anziché battersi per l‘abrogazione di tale norma, stanno cercando, con una sorta di pre-contratto Integrativo siglato l’11 aprile scorso con il MIUR, di dar vita ad uno pseudo-coinvolgimento del Collegio docenti nella “chiamata diretta”.
La linea collaborazionista e concertativa che suddetti sindacati vorrebbero imporre ai Collegi docenti non cambia la sostanza della “chiamata diretta”, perché ciò che la rende inaccettabile è che sia il preside a scegliersi i docenti, nonché la triennalizzazione e la precarizzazione del rapporto di lavoro.
In tale ottica, la scelta del docente non avverrà più in base all’anzianità, ma in base alle «competenze», altro criterio neoliberale, e da management delle risorse umane, ormai incamerato dalla «Buona scuola» per definire le procedure di assegnazione del personale nella copertura dei posti vacanti.
 
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In realtà, come ricorda il T.U. 297/94,la funzione del collegio è esclusivamente quella di progettare ed organizzare la didattica  e non di collaborare per stabilire criteri e scegliere requisiti per l’assunzione in servizio dei colleghi di ruolo.
Il parere del collegio, pertanto, è e rimane un mero atto consultivo e non vincolante rispetto alle decisioni del dirigente scolastico.
L’unica voce contraria è stata quella del sindacalismo di base, impegnato da diversi anni a contrastare con fermezza l’impostazione ideologica neoliberista della Buona Scuola, in difesa dei principi costituzionali e democratici, che sta proponendo nei collegi docenti, da nord a sud penisola, una mozione d’ordine contro la definizione dei suddetti criteri, in coerenza con le lotte condotte e la posizione abrogazionista della norma.
Con tale mozione si esprime la totale avversione alla chiamata diretta e il rifiuto a deliberare qualsiasi criterio proposto del dirigente.
In tale ottica, ci si appella, pertanto a  criteri di trasparenza e imparzialità per il buon andamento di qualsiasi buona Pubblica Amministrazione, così come indicati dalla nostra Costituzione che all’articolo 97 ricorda che nella scuola pubblica si accede tramite concorso e non per chiamata diretta.
Tale mozione ha ottenuto e sta ottenendo un grande successo in centinaia di scuole finora chiamate a deliberare.
Inoltre, tanti presidi si stanno rendendo conto dei grandi rischi in cui potrebbero incappare inventandosi criteri non oggettivi e procedendo a scelte così contestabili facilmente  oggetto di contenziosi e accuse di clientelismo.
Pertanto ci sarà anche chi sceglierà di non decidere ; in caso di “inerzia”, infatti, sarà l’ufficio scolastico regionale a fare le nomine e a inviare i docenti nelle scuole, come prevede la stessa L.107.
Ma ancora non è finita E forse siamo solo all’inizio, perché per il momento le delibere riguardano soprattutto i circolo didattici e gli istituti comprensivi.
Nel mese di giugno dovranno pronunciarsi anche le scuole superiori.
Un’ importante battaglia vinta dal sindacalismo di base, in un paese afflitto da ben venti anni dal problema della democrazia sindacale a causa di una legge (la Bassanini) che con un meccanismo elettorale farsesco impedisce la presentazione di liste nazionali, imponendo unicamente liste decentrate e delegando alle OOSS concertative la scelta di rito.
Un decisivo passo in avanti per risvegliare le coscienze assopite dei lavoratori della scuola, con la ferma convinzione che la partecipazione ed il protagonismo nei luoghi di lavoro si esercitano in forma collettiva attraverso il ruolo del sindacato e non in forme individuali che rischierebbero di degenerare nella solitudine senza incidere minimamente sulle scelte dei governi.
Prof.ssa Chiara Pepe
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