Ultime notizie 7 luglio. La prossima riforma pensionistica del governo Gentiloni, secondo Marcello Pacifico, sarebbe peggiore di quella della Fornero
Ultime notizie 7 luglio. La prossima riforma pensionistica del governo Gentiloni, secondo Marcello Pacifico, sarebbe peggiore di quella della Fornero

A proposito della riforma pensionistica che il Governo Gentiloni sta pensando di attuare, le considerazioni allarmanti di Marcello Pacifico fanno da cassa di risonanza a qualcosa che da qui a qualche tempo potrà definirsi davvero raccapricciante per le nuove generazioni di lavoratori: in confronto, la riforma prevista sarà peggiore di quella messa in atto dall’ex ministra Fornero.
Se pensiamo che nel 2019 la proiezione era quella di andare in pensione a 66 anni e 11 mesi, diviene allarmante sapere che l’orientamento dell’attuale governo Gentiloni sia quello di arrivare all’età pensionabile di 67 anni. “Per fare questo, c’è già un decreto interministeriale in via di approvazione. Poi, nel tempo, si salirà sempre più: fino a 70 anni, nel 2051. Ma il prezzo più alto da pagare sarà quello dell’importo risibile dell’assegno di quiescenza: in media, meno di mille euro al mese”.
In tutto questo prende posizione Marcello Pacifico (Anief-Cisal), il quale si chiede: “Come faranno gli insegnanti, tra i lavoratori a maggiore rischio burnout, a convivere con l’innalzamento progressivo dei parametri pensionistici?”.

Il Comunicato Anief a proposito della prossima riforma pensionistica del governo Gentiloni

Va apprezzata per la chiarezza espositiva, pur nella sua durezza nei contenuti, l’audizione alla commissione Affari costituzionali della Camera tenuta dal presidente dell’Istat, Giorgio Alleva: tenendo conto degli scenari demografici e delle casse sempre meno gonfie dell’Inps, ha confermato che l’età minima per la pensione di vecchiaia aumenterà a breve, dal 1° gennaio 2019, «dai 66 anni e 7 mesi, in vigore per tutte le categorie di lavoratori dal 2018, a 67 anni». L’aspettativa di vita crescente, inoltre, prevede che ogni due anni, si passerà «a 67 anni e 3 mesi dal 2021».
Per i successivi aggiornamenti biennali, a partire dal 2023, si prevede un incremento di due mesi ogni volta. Con la conseguenza che «l’età pensionabile salirebbe a 68 anni e 1 mese dal 2031, a 68 anni e 11 mesi dal 2041 e a 69 anni e 9 mesi dal 2051». Ma forse su questo punto il presidente dell’Istat si è tenuto anche “stretto”: qualche settimana fa, infatti, dall’ufficio comunicazione dello stesso istituto nazionale di Statistica è trapelato che per i giovani lavoratori l’età per lasciare il lavoro potrebbe salire ulteriormente, addirittura attestandosi fino attorno ai 74 anni. Anche sul breve periodo, c’è poco da essere soddisfatti: il Governo Gentiloni sembra orientato a fare peggio della riforma pensionistica dell’ex ministro Elsa Fornero, approvata durante il Governo Monti, visto che nel 2019 la proiezione era quella di lasciare il servizio lavorativo a 66 anni e 11 mesi. Invece, con un decreto interministeriale in via di approvazione, si vuole ora fare cifra tonda, arrivando a quota 67.
Alleva si è poi soffermato sull’aumento della precarietà, che ha come prime “vittime” i giovani: «Tra il 2008 e il 2016, nella classe 15-34 anni, la quota di dipendenti a termine e collaboratori, passa dal 22,2% al 27,8%», con punte del 35% per i laureati. E «tra le donne il 41,5% delle occupate con lavoro atipico è madre». Cosa comporterà questa contribuzione a intermittenza per gli attuali 25-34enni? Che farà maturare pensioni più basse, si è limitato a dire il presidente dell’Istat.
Ma basse quanto? “Al momento non è dato saperlo con precisione – spiega Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal -, tuttavia è pressoché certo che le attuali pensioni diventeranno un termine di paragone impossibile da praticare. Nel senso che l’importo dell’assegno di quiescenza sarà molto più vicino alla pensione sociale che agli ultimi stipendi percepiti. Quindi, per intenderci, in media stiamo parlando di pensioni sicuramente sotto i mille euro al mese. E nemmeno di poco”.
“A pesare in negativo sulla loro consistenza, oltre che i contributi ridotti – continua il sindacalista – è indubbiamente anche nuovo il modello di calcolo contributivo penalizzante. Il risultato di questo progetto perverso, che ha detta del Governo sarebbe inarrestabile, è che si lavorerà per una vita, circa 45 anni, per poi raccogliere da anziani poco più di quello che oggi hanno i pensionati con nemmeno un giorno di lavoro. C’è poi da mettere, sulla bilancia, lo scadimento dell’attività lavorativa. Tra i 65 e i 70 anni, se non oltre, infatti, quante energie si possono ancora spendere nel corso dall’attività lavorativa? Nella scuola, a esempio come farà una maestra a gestire oltre 20-25 alunni? Il problema è notevole, visto che già oggi deteniamo il corpo docenti più vecchio dell’area Ocse (3 su 4 hanno oltre 50 anni, il doppio dell’area Ocse) e malpagato della PA (meno di 30mila euro lordi annui)”.
“Viene allora da chiedersi, come faranno gli insegnanti, che è anche una delle categorie professionali a maggiore rischio burnouta convivere con l’innalzamento progressivo dei parametri pensionistici. Il malessere è già evidente oggi, figuriamoci con questi parametri. È sintomatico che in questi giorni chi ha potuto aderire all’Ape Social, pochi per la verità, almeno nella scuola poiché si è ristretta la possibilità ai soli maestri della scuola dell’infanzia, non ci ha pensato due volte. E si tratta di lavoratori di età attorno ai 63-64 anni. Come si farà a tenere duro fino a 70 e più anni rimane un mistero. Come rimane difficile da spiegare loro che i contributi versati per una vita serviranno a mantenere in vita il sistema. E non più chi la ha versati, che evidentemente non merita ormai una pensione adeguata e proporzionale a quanto elargito nel corso dalla propria vita lavorativa”, conclude Pacifico.

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Riforma pensionistica: Cedan fornisce consulenza personalizzata per conoscere i propri diritti per andare in quiescenza prima dei termini contributivi

Attraverso il sindacato, è possibile chiedere una consulenza personalizzata a Cedan per sapere se si ha diritto ad andare in quiescenza prima dei termini contributivi e di vecchiaia previsti dalla legge e per scoprire il valore dell’assegno pensionistico. Oltre che ulteriori servizi. Per contatti, ci si può collegare al sito internet. Per avere tutte le indicazioni necessarie è possibile anche scrivere una e-mail all’indirizzo  info@cedan.it. Oppure chiamare al tel. 091.424272 dal lunedì al venerdì dalle ore 9.00 alle ore 13.00, mercoledì dalle ore 14.00 alle ore 18.00.