Scuola, 'Bullo di mamma' e il ruolo dei docenti su Rai3, tra stress, burnout e mancanza di rispetto

Ad inizio di ogni anno scolastico è prassi da parte del Dirigente Scolastico chiedere agli insegnanti in servizio la disponibilità a svolgere o meno le famose ore eccedenti il proprio orario didattico. Quasi sempre la risposta è positiva. Ma vediamo se conviene o meno accettare questo incarico annuale, spesso anche poco remunerato.

Una lettera/denuncia di un Prof cremonese fa chiarezza sulle ore eccedenti

Fatta questa premessa, la nota testata giornalistica “La Tecnica della Scuola”, attraverso un suo articolo, vuole fare chiarezza circa questo delicato e controverso aspetto che coinvolge molte comunità scolastiche nazionali.
Secondo il CCNL, il numero massimo di ore settimanali che un docente potrebbe svolgere all’interno della medesima istituzione scolastica è pari a 24. In questo caso il Dirigente Scolastico dovrebbe, prima dell’inizio delle attività scolastiche, redigere un nuovo contratto rispetto al numero di ore eccedenti l’orario di servizio normale (18 ore) a condizione che il docente accetti o meno di effettuare tali ore per l’intero anno scolastico.
I docenti che hanno dato la loro disponibilità iniziale hanno anche la possibilità di rifiutare tale incarico annuale. Sovente, ciò non avviene quasi mai e il docente accetta automaticamente l’incarico di supplenza ‘eccedente’ l’orario canonico.  A tal proposito, la medesima fonte, riporta le opinioni di un insegnante di 46 anni di Cremona, di nome Sergio Mantovani. L’insegnante in questione ritiene, dopo aver svolto lo scorso anno n.3 ore settimanali in più rispetto alle classiche 18 ore, di non dovere accettare assolutamente le ore di cui in oggetto. Le sue motivazioni sono ampiamente illustrate attraverso una personale lettera di denuncia su questo tema ampiamente controverso che ha interessato anche, sia il ‘Corriere della Sera’ che il sindacato Cgil.

Una situazione davvero kafkiana: “Ci sono regole punitive se un insegnante decide di lavorare qualche ora in più”

In poche parole, l’insegnante ha scoperto che effettuando 18 ore settimanali si guadagna di più rispetto alle 21 ore che realmente ha svolto lo scorso anno. Il solerte docente è giunto a questa conclusione dopo aver calcolato con precisione certosina i risultati della somma derivante dai propri emolumenti, confrontandoli con quelli dell’anno precedente. «Quattro euro all’ora, anzi due perché ho avuto la sfortuna di ammalarmi», così si legge all’interno della sua lettera/denuncia. Poi continua: «L’anno scorso ho lavorato con quattordici classi e trecento studenti, con passione e soddisfazione. Quello che è successo però è kafkiano. Ci sono regole punitive se un insegnante decide di lavorare qualche ora in più, rispetto alle diciotto canoniche per cui siamo pagati mediamente 1.500 euro netti al mese. Quest’anno ho avuto la pessima idea di accettare “spezzoni di cattedra” per tre ore settimanali. Mai più», sostiene Sergio Mantovani.
In quella lettera si legge ancora: «Confronto la busta paga calcolata sulle 21 ore con quella dell’anno prima, sulle 18. C’è una differenza di 67 euro netti, che divisi per quelle 12 ore mensili fa 5,58 euro. Occorre però considerare anche l’impegno extra aula, diciamo quattro ore al mese ed è sottostimato perché le ore aggiuntive erano in tre classi diverse quindi con rispettive verifiche da preparare e da correggere e riunioni fra docenti. Quindi ricalcolo la cifra, 67 diviso 16 ore e si arriva a 4,18 euro». Infine, conclude: «Vedo che c’è la “decurtazione Brunetta”» per la malattia «che scatta nonostante la visita fiscale e anche se finisci all’ospedale con il morbillo e complicazioni, polmonite compresa, come è successo a me. Perché ammalarsi non è ammesso, come se noi statali fossimo tutti furbetti del cartellino».
Fonte: tecnicadellascuola.it

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