Nuovo Ministro
Occorre un gesto di "rottura" che inizi dall'aula.

 
Nuovo ministro, il rinnovo del Parlamento e quindi il probabile insediamento di “diverso” esecutivo, stanno alimentando speranze. Negli ultimi quindici anni, quasi sempre hanno portato ad una certa continuità. In altri termini, sono cambiati gli attori, non lo spartito.

Nuovi Ministri, ma “vecchia politica”

Negli ultimi quindi anni, sono cambiati i ministri. Il “Nuovo” ha riguardato solo la persona fisica. Gli attori son cambiati! Mi riferisco a Moratti, Fioroni, Gelmini, Profumo, Carrozza, Giannini e Fedeli. Volti nuovi che però non hanno avuto alcuna conseguenza sul canovaccio  del “finanzcapitalismo” (L. Gallino). La scuola ha “approfondito” il processo di aziendalizzazione. “L’orientamento al cliente” è divenuto gradualmente il principio regolatore. A questo si aggiunge “il prelievo forzoso” di 8 miliardi di € e lo tsunami pedagogico realizzato con l’azzeramento delle compresenze, l’introduzione anticostituzionali delle classi pollaio

La “rottura” del nuovo ministro

Il “cuore” della scuola, l’elemento costitutivo del suo essere è l’aula. Prima di tutto!  Questa, ovviamente non può intendersi come luogo fisico, bensì come “ambiente educativo di apprendimento significativo”. Un ambiente dove il ben-essere diventa esperienza e condizione per il conseguimento della formazione  dell’uomo e del cittadino ( art. 3 Costituzione).
Per realizzare questo occorre  una “rottura”, un atto di discontinuità rispetto al passato. E’ questo il compito principale del nuovo ministro.  In altri termini: occorre espellere “i mostri” pedagogici delle classi pollaio (Gelmini) e superpollaio (Renzi)! E’ lo stesso  filosofo “greco” U. Galimberti, a richiedere il ritorno a classi educative ( 12-15 alunni/studenti), divenute oggi solo contenitori vuoti di pedagogia, di formazione. Senza questo cambio di rotta, tutto il resto ( progettazione per competenze, Ptof, piani Bes, Dsa…) diventano degli adempimenti formali, che quindi non incidono sulla formazione dell’uomo e del cittadino.

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Senza questa “rottura”, la scuola…

Se questa è compromessa, mi chiedo qual è il senso della presenza della scuola oggi? E’ meglio chiuderla o cambiare le sue finalità, aderendo al criterio “liquido”, dove conta la promozione, meno la formazione, ridotta questa ad un mero addestramento, coerente con la prospettiva del “finanzcapitalismo” (L. Gallino).

” Un ossessione” giustificata

Mi rendo conto che le classi pollaio e superpollaio sono le mie “ossessioni”. Probabilmente dovute all’esperienza quotidiana, al mio lavorare in  aula. Questa prossimità, anzi questo mio “vivere in un’aula” costituiscono un osservatorio ideale, più efficace di tante chiacchiere accademiche e pubblicazioni. Osservo, ascolto i colleghi e rifletto, arrivando alla stessa conclusione: questa non è scuola!
Anticipo l’obiezione: l’abolizioone delle classi pollaio comporta dei costi! Pessimo ragionamento da economisti, dove il rapporto costi/benefici passa attraverso il “dio denaro” Rispondo con le parole di  Derek Bok  rettore di Howard” Se pensi che l’istruzione sia costosa, prova con l’ignoranza”