Paritaria non è scuola di serie B: lettera

Nella paritaria si insegna con gli stessi titoli richiesti nella scuola statale e si maturano 12 punti ogni anno ( aggiornando la seconda fascia di istituto puntualmente ogni tre anni) esattamente come avviene nella scuola pubblica.

La scuola paritaria non è scuola di serie B. Anzi, lo è dal punto di vista economico, visto che non è mai esistita la parità economica ( contratto 22+2 con altre attività considerate funzione docente a € 1.100 al mese. In 14 anni nella paritaria il mio stipendio è cresciuto partendo da € 952 al mese arrivando a € 1.150, prima di passare nella scuola pubblica.

La mia rappresenta una delle situazioni migliori, in altri casi si parla di sfruttamento, considerato lo stesso numero di ore…).

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Molti pensano che si entra facilmente ad insegnare in una scuola paritaria. Vi lascio questo pensiero, anche se non è così. Purtroppo, se non si ha questo tipo di esperienza, non si possono comprendere certe dinamiche.

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Però vorrei sottolineare che è semplice essere messi alla porta, se non si rispetta scrupolosamente il contratto. Con questo non mi riferisco alla parte tecnica legata al ruolo dell’insegnante, ma mi riferisco alla PIENA FEDELTÀ AL CARISMA, che vuol dire senso di appartenenza, il che vuol dire ancora dover dire sì di fronte a delle “proposte”, sacrificando intere giornate…)

Qualcuno ha chiesto il motivo per cui si accetta di lavorare nella Paritaria.

Beh, io posso dire che, grazie alla mia lunga esperienza, ho imparato ad avere disciplina e organizzazione. Il cambiamento lo si accetta per motivi economici e perché, dopo molti anni, si ha bisogno di uscire da una realtà ovattata…

Ma soprattutto, ci si rivolge alla paritaria, quando si vuole fare gli insegnanti a tutti i costi, quando ti accorgi che le chiamate per le supplenze nella scuola pubblica diminuiscono, quindi si è costretti a riorganizzare la propria vita, decidendo tra due opzioni: lasciare la scuola o continuare con la scuola. Tutto questo senza guardare lo stipendio, non avendo paura dei sacrifici che si devono fare.

Di Veronica Galdieri