Scuola, quella precarietà infinita che odora di stantio
Scuola, quella precarietà infinita che odora di stantio

Sembrerebbe quasi il titolo di un film di Lina Wertmüller, ma in effetti è la triste considerazione sulla grave situazione che si vive in molti comparti della pubblica amministrazione, tra cui certamente la scuola. Un mondo, quello scolastico, intriso di ruoli e funzioni solo sulla carta ma di impegni, preoccupazioni e responsabilità che nulla hanno a che fare con la tipologia del contratto dei lavoratori, nè con la distinzione che spesso viene fatta tra insegnanti con la ‘I’ maiuscola e quelli con la stessa vocale minuscola.

Il precariato esiste. E’ una piaga sociale, un cancro. Si cerca in tutti i modi quasi di non debellarlo.

Queste le premesse dopo il comunicato stampa di Anief a proposito del precariato endemicamente presente nelle zone del sud Italia. Ecco un duro monito di Marcello Pacifico, Presidente nazionale dell’associazione sindacale Anief, nonché segretario confederale Cisal. Il plateale e duro messaggio di Pacifico giunge dopo l’ultima proposta del Governo di ‘detassare’ i pensionati che decidono di spostare la loro residenza al Sud, notizia comparsa quest’oggi sull’edizione de “La Rpubblica”.

Precarietà & Scuola: il connubio perfetto, Pacifico: “Quei numeri degli organici proprio non tornano”

“Sta alla politica smascherare la finzione sull’organico di fatto e l’organico di diritto e certamente la soluzione non è che precari docenti e Ata cambino mestiere, nè tantomeno cercare il posto nel Nord del Paese per stravolgere tutta la propria vita e ritornare da pensionato, meno tassato. La verità è che bisogna portare avanti una vera e propria operazione che abbia per oggetto un maggiore investimento soprattutto in quelle regioni che sono economicamente più depresse e ad alto tasso di abbandono e disoccupazione, senza che esse siano isolate e lasciate a se stesse. Bisogna cambiare molte cose e siamo solo all’inizio”.

È questo il commento di Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal, all’ultima proposta del Governo di detassare i pensionati che spostano la residenza al Sud, come riporta La Repubblica oggi: “il piano per ora prevede sgravi solo per chi, italiano o straniero, si trasferirà in paesi spopolati della Sicilia, Sardegna e Calabria”, mentre si vorrebbe vincolare il domicilio professionale degli insegnanti in quelle regioni del Nord oggetto di una continua emigrazione.

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“Ovviamente, se al Sud si iscrivono meno studenti o molti di essi abbandonano gli studi non si risolve di certo il problema chiudendo la scuola. Non è pensabile che si debba avere lo stesso rapporto alunni-insegnanti quando il territorio è diverso per economia, ambiente e cultura. Occorre diversificare. Ma ad ogni modo, permane il vizio di fondo da parte dell’amministrazione che per esigenze di bilancio, violando la giurisprudenza sul salario relativo ai contratti a termine, continua a chiamare 100 mila docenti precari come supplenti senza stabilizzarli. E non è neanche vero che i posti al Sud non ci sono: basti pensare che nella sola Sicilia il prossimo anno scolastico si avranno 7 mila posti in deroga sul sostegno. Ma di cosa stiamo parlando? 7 mila posti, alcuni dei quali relativi a GaE esaurite (perché ancora non si è trasformato in legge l’emendamento salva-precari approvato al Senato nel Milleproroghe), saranno occupati temporaneamente dal personale di ruolo sprovvisto di specializzazione, quando diversi precari siciliani si sono abilitati al Tfa su sostegno e dovrebbero essere assunti in Sicilia piuttosto che accettare un ruolo al Nord e tornare da pensionati, attuando un trapianto della propria vita che non era proprio voluto”, conclude il presidente Pacifico.

Il sindacato Anief, tra le tante battaglie portate avanti, si è più volte battuto per risolvere il problema degli abbandoni precoci dei banchi, prima del sedicesimo anno di età e gridato a gran voce come, laddove vi siano contesti socio-culturali difficili, quali possano essere le zone deprivate, isolate, con un alto tasso di alunni stranieri, è chiaro che occorra un organico maggiorato, proprio per fronteggiare dei contesti dove la scuola può essere considerata non uno strumento per crescere e formarsi, ma un luogo quasi ostile. Se è a cuore davvero un miglioramento della situazione meridionale, si parta allora dalle basi, perché è provato che un ragazzo senza un titolo di studio, salvo i casi in cui esistono realtà familiari a protezione, è destinato a diventare un Neet, una condizione che in Italia spopola. Mentre, portare l’obbligo scolastico a 18 anni di età responsabilizzerebbe di sicuro le scelte future dei nostri giovani.