Violenza contro gli insegnanti
Violenza contro gli insegnanti. La giusta punizione, rappresenta, però la soluzione più semplice.

Violenza contro gli insegnanti, come riporta l’ultima vicenda di un insegnante presa a sediate da alcuni studenti. Nessun dubbio sulle loro responsabilità. E’ giusto che paghino! Ma è necessario che la magistratura indaghi anche altrove, pensando alla “culpa in educando”.

Violenza contro gli insegnanti l’ultima vicenda 

Istituto secondario superiore “Floriano” a Vimercate (Monza). Insegnante di 55 anni presa a “sediate” dagli alunni, dopo che uno di loro ha spento le luci. Vigliaccamente! La collega è stata colpita alla testa e alle spalle ed ha subito le lesioni. E’ stata presentata una denuncia ai carabinieri. La risposta dei ragazzi: silenzio! Muro! In altri termini hanno deciso di non rivelare i responsabili dell’inqualificabile gesto. Pessimo segnale di un preoccupante clima di omertà diffuso nella classe.

Le responsabilità sono sempre individuali  

Premessa. E’ giusto che i responsabili del lancio delle sedie paghino. Sul banco degli imputati, comunque vanno chiamati anche i fiancheggiatori: chi ha spento solo le luci, chi ha deciso di rimanere in silenzio. In altri termini, tutta la classe deve pagare per la violenza contro l’insegnante. Individualmente e in rapporto alla propria responsabilità. Etimologicamente il termine responsabilità rimanda a responsus, participio passato del verbo  latino  respòndere. Da qui il dovere di rispondere per atti contro qualcuno, pagandone le conseguenze. In sede dibattimentale non può essere avocata la presunta “incapacità di intendere e volere”, in quanto gli studenti frequentanti la classe terza sono tutti ultraquattordicenni e quindi imputabili. Il riferimento è l’art. 97 del Codice Penale che recita: “Non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto i quattordici anni.”. Ovviamente l’ultima parola spetterà al Consiglio d’Istituto, ma personalmente sostengo una bocciatura per tutta la classe con obbligo di frequenza. Senza questo “impegno forzato” il messaggio sarebbe: vacanze anticipate per tutti!

Occorre andare oltre, “La culpa in educando”

Fatta questa premessa, necessaria per non rimanere invischiati in uno strisciante “giustificazionismo” individuale o sociale che tende a deresponsabilizzare i ragazzi, aggiungo che occorre guardare anche altrove. Punire i ragazzi è giusto, ma in questo modo si decide di imboccare la strada della semplificazione, che porta ad individuare sempre e solo un responsabile (il ragazzo). Il filosofo F. Hegel scriveva” Non osservare l’albero, ma la foresta!” E quello che farò, ampliando lo scenario delle possibili altre responsabilità.
Il nostro codice prevede “la culpa in educando”. I riferimenti sono la Costituzione (E` dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio” art.30) e l’art. 147 del Codice civile.
A questi aggiungo, a titolo di esempio, due sentenze della Cassazione (2009) che sinteticamente formalizzano il principio di educare i figli non solo a parole, ma anche attraverso “comportamenti e con una presenza attiva”  “a fronte di circostanze che essi possono non essere in grado di capire o di affrontare

Un saggio aforisma dice tutto

“La mela non cade mai lontano dall’albero” Il detto rimanda sempre a un contesto che educa o diseduca. Nessuno è il prodotto del nulla. Quasi sempre i ragazzi sono l’espressione di un clima familiare. Senza nulla togliere però alla responsabilità individuale.
Premesso: non conosco l’ambiente, il contesto e le famiglie dei ragazzi. Quindi la mia riflessione è solo generale. Sarà la magistratura eventualmente ad accertare le responsabilità dei genitori che sicuramente indagherà a tutto campo e in particolare su due scenari.

Due situazioni esplosive

I nostri ragazzi definiti “nativi digitali”(M. Prensky, 1999) vivono uno stato interiore dove le emozioni sono ridotte al minimo. Il loro sentire è superficiale, limitato nel tempo e soprattutto mediato dall’uso dello smartphone. Si “sente” in presenza di un avatar, di un post, di un video. Questo sentire non coinvolge il profondo. Rimane in superficie, tanto che può essere interrotto da altre conversazioni o chiudendo una connessione (=amicizia). E’ carente la formazione emotiva che si costruisce con la persona fisica davanti o di fianco. E questo li porta a dire, dopo atti inqualificabili, commessi su persone fisiche: “Che male ho fatto?”, “Era solo un scherzo”. Di chi è la responsabilità? Innanzitutto dei genitori che consegnano “il coltellino svizzero” (M. Spitzer) dello smartphone al loro bambino di nove-dieci anni, lasciandoli poi soli a gestire il nuovo processo di formazione.
Spesso i gruppi WhatsApp dei genitori rappresentano degli “sfogatoi”, dove gli insegnanti vengono  offesi, insultati.  Siamo di fronte ad una forma di cyberbullismo di adulti che, in alcuni casi, può divenire bullismo fisico. Il detto e scritto dei genitori è sempre percepito dai ragazzi, grazie a particolari recettori. Gli effetti sono facilmente intuibili: perdita di credibilità, di autorità del docente. che “normalizzano” l’aggressione verso il docente demansionato, declassato educativamente.