I diplomati magistrali si trovano spesso alle prese con termini sconosciuti quando si tratta di capire a che punto si trova un ricorso. Le vicende che li hanno coinvolti in questi ultimi cinque anni sono molto significative in questo senso. L’ultimo caso è rappresentato da un termine molto usato quando si parla di tempi di discussione di un ricorso. La domanda di oggi è: che cosa significa andare in perenzione?

Prime informazioni

Vediamo di affrontare la questione nel modo più semplice possibile. Se si prova a fare una ricerca su Google il risultato è questo: la perenzione è un istituto del processo amministrativo in base al quale se le parti non compiono alcun atto di procedura nel corso di un anno il processo si estingue. È previsto e disciplinato dagli artt. 81 ss. del codice del processo amministrativo.

Significato

Già da qui si può intuire il significato del termine perenzione. È un qualcosa che si riallaccia al termine maggiormente diffuso della scadenza di una determinata azione. Approfondendo la ricerca si viene reindirizzati sul sito della Treccani che ci spiega come la perenzione significhi l’estinzione del rapporto processuale che si verifica se per il corso di un determinato periodo di tempo non siasi fatto alcun atto di procedura (art. 338 cod. proc. civ.).

Tenere vivo il ricorso

Andando al concreto possiamo dire che per evitare che il ricorso si estingua per mancanza di interesse di una delle due parti serve rimetterlo in cima all’agenda del tribunale. Si tratta di una operazione che normalmente fanno gli avvocati quando invitano i ricorrenti, ad esempio, ad aderire al ricorso per ‘motivi aggiunti’.

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Termine ultimo

Esiste comunque un regolamento di giustizia amministrativa che spiega come, secondo l’art. 82, dopo cinque anni dalla data di deposito del ricorso, la segreteria comunica alle parti di presentare nuova istanza di fissazione di udienza. Se nessuno presenta impulso entro questo termine il ricorso viene dichiarato ‘perento’ e si va all’udienza di merito. Ciò detto in relazione alla domanda che alcuni diplomati magistrali hanno fatto dopo aver appreso questa notizia.

Cosa succede oltre i 5 anni

Tuttavia, il limite di 5 anni per evitare che un ricorso vada in perenzione, non è ancora definitivo. Il linguaggio giuridico purtroppo non aiuta a comprendere quanto diciamo. Su La voce del diritto leggiamo che “la protrazione del giudizio nonostante la presentazione dell’istanza di prelievo ed oltre il limite di durata ragionevole costituisce una patologia del processo […] non può né essere posta a carico della parte ricorrente, nè essere assunta quale causa efficiente, secondo il criterio della regolarità causale, della perdita di interesse della parte stessa”. (cfr in tema Cass. civ. Sez. IV sent. 27 maggio 2014 n. 11822).

Se ne ricava quindi che il lasso di tempo intercorso fra detta istanza e la definizione del giudizio non può essere assunto di per sè solo ad elemento significativo ai fini della mancanza di interesse alla prosecuzione del giudizio, ma vada considerato, in estrema ratio, quale momento storico da cui far eventualmente decorrere un nuovo termine di perenzione quinquennale di cui all’art. 82 c.p.a.

In buona sostanza significa che in base ad un cavillo giuridico è possibile che il ricorso continui il suo cammino.