Regionalizzazione
Regionalizzazione, la nuova possibile riforma. Ancora contro la scuola.

Regionalizzazione, una nuova riforma del sistema scolastico. Risultato di una decisione verticistica presa da poteri esterni alla scuola. Non è il primo esempio. Da almeno quindici- venti anni si  continua a decedere a prescindere dalla scuola

Regionalizzazione, una nuova riforma

Regionalizzazione, una riforma che se passerà risulterà epocale, discontinua rispetto agli assetti attuali del sistema formativo. Si rischia  la frantumazione del sistema-scuola con il passaggio alle Regioni di molte competenze quali la gestione del personale scolastico, la stipula dei contratti di lavoro, la valutazione, la formazione, gli organi collegiali…
Nulla di nuovo sotto il sole. La legge Casati (1859) prevedeva una scuola elementare economicamente dipendente dall’Ente locale, che allora era il Comune.
Si deve registrare, tuttavia l’opposizione del M5s al progetto leghista, pur previsto nel contratto di governo. Si legge, infatti, nel documento programmatico al punto 21:”Sotto il profilo del regionalismo, l’impegno sarà quello di porre come questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, portando anche a rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie per un autonomo esercizio delle stesse.”
Comunque il primo Ministro Conte ha convocato un nuovo incontro per il 19 luglio.

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Una nuova riforma ancora contro la scuola

In questi giorni tanto è stato scritto. Qui vorrei soffermarmi sul carattere di questa nuova possibile riforma, limitata per ora a tre regioni (Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna).
Siamo di fronte a una nuova decisione presa contro la scuola, decisa da poteri esterni al sistema formativo.
E’ così da almeno quindici-venti anni. Il trend fu avviato dalla Riforma Moratti (2003), caratterizzata dalla convinzione che l’istruzione costava troppo (eccessivo numero di insegnanti e di ore di lezione). E questo portò alla riduzione delle risorse finanziarie destinate ai progetti, e al dimagrimento del tempo pieno e prolungato.
Sei anni dopo arrivò lo tsunami della Riforma Gelmini (2008-2009) con il prelievo forzoso di 8 miliardi di euro ( 87.000 docenti in meno, classi pollaio…). Il provvedimento rappresentava  un intervento ancora più deciso del finanzcapitalismo (L. Gallino) che ha sempre sempre percepito l’istruzione  come un costo.
L’ultimo quadretto di questa strategia di riforme calate dall’alto è la Buona Scuola di Renzi, non prevista nel programma elettorale del Pd a guida bersaniana (2013). Il provvedimento aveva come suo punto di riferimento l’idea della scuola come azienda, orientata al cliente e faceva riferimento al progetto Aprea e ad alcune idee di una Fondazione.

Occorre stare attenti, il recente passato insegna

Le suddette riforme non hanno portato bene ai governi promotori. Senza dilungarmi troppo, è sufficiente pensare alla riforma della Buona Scuola che ha contribuito al crollo elettorale del Pd renziano. Il leader fiorentino, ignorando i segnali premonitori, ha sempre affermato che la Legge 107/15 era un buon provvedimento. Il suo tallone d’Achille risiedeva nella comunicazione che non era risultata efficace nello spiegare le ragioni del provvedimento.
Considerata, quindi la storia recente il governo rischia tanto. Gli conviene?