Scuola, Galli della Loggia: 'Insegnanti non possono parlare, prigionieri dei sindacati'
Scuola, Galli della Loggia: 'Insegnanti non possono parlare, prigionieri dei sindacati'
Il precariato scolastico continua a lottare per rivendicare i propri diritti calpestati nella speranza di poter trovare una stabilizzazione. È un momento difficile per la scuola, non è una novità ma pur sempre difficile. Con i ‘ribaltoni’ e gli ‘spacchettamenti’ al Miur, ministri che vanno e vengono ma che soprattutto si ‘arrendono’, presentando la lettera di dimissioni salvo poi dichiarare di aver accettato l’incarico di ministro dell’istruzione per ‘fare un favore’ al Governo.
Triste a dirsi, la scuola sembra rivestire sempre meno importanza. Il personale scolastico, poi, soprattutto quello precario, è costretto a lavorare talvolta senza vedere un euro per diversi mesi. È il caso di un insegnante e supplente di storia dell’arte in un istituto di Torino: Matteo ha 39 anni e ha deciso di inviare la propria testimonianza al noto portale Fanpage.it.

La testimonianza di un insegnante inviata a Fanpage

‘Mi rivolgo a voi – scrive nella lettera inviata a Fanpage – dopo essermi già rivolto, senza successo e soprattutto senza risposta, ai vari sindacati scuola. Ho iniziato una supplenza breve a settembre e, fino a dicembre, dunque per tre mesi, non ho percepito un solo euro di stipendio. Non è la prima volta che succede.’

Nella lettera, Matteo sottolinea come la sua stessa situazione è vissuta da migliaia di docenti che sarebbero disposti anche a protestare se ci fosse un organismo capace di dar voce a questi lavoratori. Una protesta univoca da indirizzare al Ministero dell’Economia e delle Finanze, responsabile di non trovare i fondi per pagare gli stipendi dei supplenti.

‘Dignità calpestata dallo Stato’

‘A rendere tutto ancora più avvilente – prosegue nella lettera Matteo – è la risposta che, come un tormentone, mi sento dare da colleghi, vicari, presidi e personale amministrativo: è sempre stato così, è normale, ci siamo passati tutti. Se non ci fossero i miei genitori a darmi una mano con le spese, dovrei rinunciare ad incarichi del genere, dovrei rinunciare a fare punteggio, perciò dovrei rinunciare a fare carriera nell’insegnamento. Ma io questo lavoro lo amo, – continua l’insegnante – lo affronto con passione e spirito di abnegazione, e la scuola pubblica, che non è classista verso gli studenti, non dovrebbe esserlo nemmeno verso i docenti. Stiamo vivendo l’amarezza paradossale di chi, pur mettendosi a servizio dello stato, al fine di formare i cittadini di domani, vede la propria dignità calpestata proprio da quello stesso stato che, per contratto, è chiamato a rappresentare.
Uno stato che non predispone misure previdenziali verso quei dipendenti che non riesce a pagare, non dovrebbe privare questi ultimi del sussidio di disoccupazione appena firmano un contratto di lavoro”.