Dopo 14 anni di “eccesso di potere” (come da parere del Consiglio di Stato), finalmente nel 2014 il MIUR è stato costretto ad ammettere che i diplomati magistrale, in possesso di un titolo da sempre definito abilitante all’insegnamento ex-lege, erano… e che quindi, la collocazione nelle graduatorie di istituto di terza fascia (riservate ai docenti non abilitati) era illegale. L’atto successivo (ormai dovuto) è stata la collocazione nella seconda fascia (personale abilitato ma non iscritto in GAE).

Eccesso di potere

Secondo l’opinione di tantissimi docenti la responsabilità di questo errore storico è dovuta al Ministero che non ha considerato che i docenti abilitati dovevano essere inseriti nella seconda fascia delle graduatorie di istituto anziché nella terza, così come avvenne originariamente. Sul fatto che il diploma magistrale sia titolo abilitante ormai non c’è più dubbio. La giusta collocazione in graduatoria sin dal principio avrebbe evitato caos normativo e discriminazioni tra gli stessi docenti in possesso dello stesso titolo.

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Il presidio davanti all’Ufficio Scolastico Regionale

Un centinaio di insegnanti ha partecipato il 14 febbraio al presidio davanti all’Ufficio Scolastico Regionale organizzato da CUB Scuola Università Ricerca con gli altri sindacati di base della scuola e ai coordinamenti precari che hanno indetto una giornata di sciopero. Tra le motivazioni: l’immissione in ruolo dei precari, la condizione delle maestre diplomate magistrali, la vicenda della scuola primaria Gianelli che il Comune ha destinato a centro per l’istruzione degli adulti Cpia1.

Soltanto risalendo alle origini della storia è possibile comprendere i motivi per i quali non si placano le proteste dei diplomati magistrali che difficilmente possono essere comprese dall’opinione pubblica. È vero che bisogna affrontare e superare un concorso per poter ambire ad una cattedra stabile. Dall’altro lato però è altrettanto vero che non si possono interpretare arbitrariamente le normative perché in questo modo si continua con le disparità di trattamento.