Scuole chiuse, il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella

UNICOBAS: NO ALLA (ANTI)PEDAGOGIA DI STATO (DAD). MATTARELLA NON FIRMI L’ILLEGITTIMO DECRETO DELLE LOBBIES DEL WEB CONTRO LIBERTÀ D’INSEGNAMENTO E D’APPRENDIMENTO, ALTRIMENTI SARÀ SCONTRO DURO, CONTENZIOSO CAPILLARE, DISOBBEDIENZA CIVILE ED OBIEZIONE DI COSCIENZA

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Arriva la bozza di un vero e proprio Decreto Legge d’iniziativa del Presidente del Consiglio e del Consiglio dei Ministri a firma della Presidenza della Repubblica in materia di Valutazione, esami di stato, didattica a distanza, per l’emergenza Covid-19.

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L’incardinamento giuridico dell’interno Decreto, nei suoi riferimenti a fonti normative complesse, dettagliate e gerarchicamente superiori è monco come se fosse proiettato in una dimensione pericolosamente a-storica oltre che a-costituzionale.

Infatti gli unici riferimenti alla Costituzione Repubblicana sono nel richiamo agli articoli 77, in relazione ai poteri di decretazione dell’Esecutivo in casi di necessità ed urgenza, e 87, con riferimento al potere del Presidente della Repubblica di emanare decreti aventi valore di Legge.

Un decreto siffatto tradisce la voglia del Ministro della Pubblica Istruzione di assumere “pieni poteri” in virtù dei quali legiferare sospendendo – con la scusa dell’emergenza corona-virus -, istituti costituzionalmente tutelati quali la libertà di insegnamento e di apprendimento, piegando con esso in modo univoco il Diritto allo Studio.

-Non solo. La bozza, se approvata, cancellerebbe anche le prerogative che la stessa Carta assegna alle Organizzazioni Sindacali (articolo 39). Quanto sta succedendo è perfettamente in linea con un comportamento inaudito da parte del Ministro Azzolina. Come denuncia Rino Di Meglio, segretario della Gilda degli insegnanti: “Il giorno 23 marzo, verso le ore 21, senza nessuna consultazione preventiva dei Sindacati scuola, sul sito del Ministero dell’Istruzione è stata pubblicata, e subito dopo segnalata ai giornalisti con un’e-mail inviata dall’Ufficio stampa, l’Ordinanza sulla mobilità, inviata per posta elettronica ai sindacati alle ore 14.30 del giorno successivo, quando tutti gli organi di informazione l’avevano già ampiamente diffusa”. Per quanto attiene al testo di questo nuovo decreto, le bozze non sono mai state inviate a nessun sindacato, nonostante vi si configurino, come ha sottolineato lo stesso Di Meglio “interventi che toccheranno il contratto e l’ordinamento giuridico degli organi collegiali”, che conclude: “la grave emergenza che il Paese tutto sta affrontando, non può costituire un pretesto per ‘bypassare’ il confronto democratico con i docenti e il personale scolastico”.

Secondo Pino Turi, segretario della Uil Scuola, è “singolare” che ciò avvenga dopo “una video conferenza con la responsabile del dicastero di Viale Trastevere, alla presenza del Viceministro e del Sottosegretario di Stato”, durante la quale “nulla è stato detto alle organizzazioni sindacali che lei stessa aveva convocato”.

Per Maddalena Gissi, segretaria della Cisl: “anche per la Ministra è il tempo della correttezza e della coerenza”. Infine, l’Unicobas ha dichiarato: “Cercano di imporci per legge ciò che in nessun paese democratico è mai avvenuto: norme contrattuali stravolte e la modifica di tutta la normativa, nonché dello stato giuridico vigente nella Scuola.

Non gli basta che si lavori sulla continuità pedagogica: vogliono assolutamente la didattica a distanza e vogliono che la si faccia esattamente come dicono loro”.

-È evidente che risulterà molto difficile dare una patente di legittimità sotto il profilo giuridico (diritto del Lavoro) e costituzionale (modifica di norme, anche sovraordinate, relative all’organizzazione collegiale versus strapotere assegnato dal Decreto ai dirigenti addirittura in materia di valutazione, prove d’esame e promozioni) e canonica (Dprr 416 e 417/74, più il Testo Unico sullo stato giuridico dei docenti) della Scuola, senza che neppure vengano citate o abrogate (e quindi tutt’ora vigenti). L’Unicobas non darà tregua e aprirà migliaia di contenziosi.

-Questo Decreto è talmente subdolo ed antisindacale, da preoccuparsi (sempre con la scusa dell’emergenza) addirittura di sottrarre anche al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (eletto dalla categoria) il diritto, incardinato per legge (Dpr 416/74), di fornire un obbligatorio (anche se non vincolante) parere sul Decreto stesso e su tutte le norme successive varate sulla scuola, concorsi compresi (Art. 3): “A decorrere dal giorno successivo all’entrata in vigore del presente decreto e fino al perdurare dello stato di emergenza deliberato dal Consiglio dei ministri del 31 Gennaio 2020, il Ministro dell’Istruzione non ha l’obbligo di sottoporre al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione-Cspi, per il prescritto parere, gli atti di cui all’articolo 2, comma 2, del decreto legislativo 30 Giugno 199, n.° 233”.

-Con il ricorso al decreto d’urgenza, invece che al Dpcm (d’iniziativa del Presidente del Consiglio dei Ministri), il Capo dello Stato viene chiamato con più forza ad assumere in prima persona la responsabilità politica, morale, storica, di questa grave, ulteriore sospensione di istituti fondamentali garantiti dalla Costituzione. Non è cosa da poco, visto quanto successo sinora con la restrizione di altre libertà Costituzionali, sempre per l’emergenza corona-virus, nella scia di un percorso di “delegificazione” di fatto, che però, con l’uso di Dpcm, ha coinvolto in maniera inferiore il ruolo di garanzia assegnato al Presidente della Repubblica. Chiediamo al Presidente Mattarella di non firmarlo.

-Tutto ciò avviene per colpire duramente la Scuola, “organo costituzionale” (secondo la definizione di Piero Calamandrei) nella sua natura specifica, toccando istituti costituzionalmente indisponibili come appunto la libertà di insegnamento. Si pretende di sospendere, con questo decreto, tutte le norme contrattualmente vigenti, a cominciare dal mansionario dei docenti, che non prevede né l’obbligo del ricorso alla didattica a distanza, né quello di prestazioni correlate in regime di sospensione delle attività didattiche. Tantomeno la partecipazione a riunioni on line, prive di qualsiasi valenza giuridica che, viceversa diverrebbero valide persino per la valutazione ai fini dell’assegnazione di titoli di studio giuridicamente validi.

-Viene così vanificato da un obbligo stupido, illegittimo e ridondante, il grande impegno che già interessa di fatto da settimane tutti i docenti del Paese i quali, avendo a cuore il futuro dei propri studenti, hanno fatto la scelta VOLONTARIA di interagire con alunni e famiglie. Tali onorevoli scelte hanno un ben diverso valore etico di quanto non venga loro attribuito dal Ministero, che molto evidentemente non sa interpretarle altro che come un avallo a meri esercizi d’autorità, sinora assolutamente illegittimi, da parte del Ministero o di singoli dirigenti scolastici. Il corpo docente italiano ha avuto invece il merito di aver dato vita ad un impegno sul campo voluto e ricercato dai singoli, al di là di ogni imposizione.

-Inoltre, nella bozza di Decreto, così come nelle risposte pregresse della Ministra Azzolina alle interrogazioni parlamentari, “grandi assenti” risultano gli articoli 33 e 34 della Costituzione: proprio quelli che invece sostanziano il comma 2 dell’articolo 3 della Carta: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” Nulla valgono quindi, per il legislatore, le disparità di ambito culturale, nella strumentazione telematica, nell’accesso alla rete (spesso debole o inesistente), o l’occupazione della stessa in presenza di genitori impegnati nel tele-lavoro.

-La Valutazione, nella scuola della Repubblica, ha il significato letterale di “attribuire valore” allo studio per “promuovere il pieno sviluppo della persona umana” e consentire così, in fieri, il libero e consapevole dispiegarsi nella vita politica, economica, sociale, culturale del Paese. Non è un caso che, nella “fretta” dell’emergenza (o utilizzandola come pretesto), oltre ad aver dimenticato gli articoli della Costituzione che rifondano la Scuola quale “Organo Costituzionale”, la bozza abbia dimenticato il quadro normativo di riferimento in materia di Valutazione, ossia qualsiasi riferimento, per esempio, alla legge 517/77 o al DL.vo 62 del 13.4.2017, a tutt’oggi vigenti. La L. 517/77 parlò per prima di collegialità e “valutazione formativa” a conclusione di un dibattito pedagogico e culturale di grande spessore, venuto “dal basso”, ossia dalle scuole, dagli insegnanti, dai genitori che, nel rispetto dei ruoli, collegialmente sperimentavano e innovavano. Perché nella Scuola, va ricordato con forza, esiste la libertà di sperimentazione!

-In quella legge l’esaltazione del valore formativo della valutazione passava per la programmazione degli interventi didattici ed educativi, per la “garanzia” agli alunni diversamente abili di percorsi di integrazione anche attraverso l’individualizzazione della didattica, per l’assegnazione di risorse congrue e specifiche. Proprio così la Valutazione assumeva concretamente quella dimensione formativa, perché diventava atto collegiale e perché si declinava nella sua dimensione “narrativa” che è l’unica possibile per tenere insieme le variabili di contesto e di percorso: l’unica che consente di praticare l’irrinunciabile pedagogia dell’errore, la sola che non operi la segmentazione schizofrenica tra conoscenze e competenze.

-Il perché nella Bozza di Decreto non si faccia riferimento alla norme vigenti sulla Valutazione, cosa che avrebbe assicurato un’ottima intelaiatura giuridica e pedagogica per una equilibrata e giusta decretazione ministeriale in materia, soprattutto in tempi di emergenza, bisognerebbe chiederlo a Marco Bruschi (detto “Max”), che ha pur richiamato nella sua recente nota il valore formativo della valutazione ma che nel 2008 era consigliere di Maria Stella Gelmini. Fu proprio Maria Stella Gelmini, infatti, il Ministro del “tunnel dei neutrini” (senza “distanziamento sociale”), con il Decreto Legge n.° 137 del 1 settembre 2008, a reintrodurre, perfino nella scuola Primaria, la barbarie della valutazione in voti numerici espressi in decimi. Il decreto, convertito in legge (L. 169/2008) fu seguito dalla circolare n.°10 del 23/01/2009, era tutto volto all’eliminazione di fatto della pratica dei “giudizi”, ai quali la Scuola Elementare italiana, prima nel mondo (secondo l’Ocse) fino al 1990 era finalmente arrivata nei decenni precedenti grazie alle grande ventata dell’innovazione didattica ed ai Nuovi Programmi del 1985, firmati da fior di pedagogisti. Alla task force della Gelmini, della quale faceva parte quello stesso Max Bruschi (del quale abbiamo chiesto le dimissioni) che ora perora la magnificenza delle riunioni a distanza, si deve il primo tentativo di smantellare la valutazione come atto collegiale, a partire dalla Scuola Primaria, e la riduzione dell’atto valutativo ad una media aritmetica basata su voti assegnati ad ogni singola prestazione. Insomma il governo Pd – 5 Stelle ricorre a Maria Stella Gelmini. Un eccellente esempio di continuità “pedagogica” e politica!

-Già questo dato dovrebbe far tremare i polsi, ma scorrendo con maggiore attenzione il testo, vi si scopre di più: la delega che il Presidente del Consiglio dei Ministri e il Ministro dell’Istruzione chiedono al Presidente Mattarella, è una delega a regolamentare successivamente, a seconda dell’andamento della Pandemia, le ammissioni alle classi successive, nonché gli esami di Stato a conclusione del Primo e del Secondo Ciclo d’Istruzione, ossia a legiferare liberamente in seguito, su una materia che avrebbe potuto e dovuto essere regolamentata fin da ora perché sostanzia più d’ogni altra l’aspetto pedagogico-giuridico-amministrativo del processo Valutativo.

-Il Decreto, che avrebbe dovuto e potuto offrire certezze e consentire ad alunni ed insegnanti un lavoro più sereno e proficuo, lascia in sospeso, prende tempo, rimanda all’incertezza delle onde epidemiche. Uno sciabordare approssimativo di ipotesi, che assumono la misteriosa data del 18 maggio come spartiacque.

Sostanzialmente, se l’attività didattica dovesse riprendere in presenza il 18 maggio, si prevede: “un eventuale recupero degli apprendimenti per gli alunni delle classi intermedie di tutti i cicli d’ istruzione, […] nel corso dell’anno scolastico successivo, a decorrere dal primo settembre 2020, quale attività didattica ordinaria” (sic!). La modifica dei requisiti di ammissione alle classi successive dovrà però “proiettarsi” al recupero di quegli stessi apprendimenti, ed avverrà successivamente (ed anche qui il “sic!” è d’obbligo). Ma non è finita. Dobbiamo attenderci l’eliminazione di “qualche prova” – non sia mai che venga detto di quali prove -, per gli esami conclusivi della Secondaria di primo grado, poi la modifica della composizione delle Commissioni per l’Esame di Maturità e la sostituzione per quegli esami della seconda prova nazionale con una prova prevista da ogni singola commissione (oibò!).

-Nel caso in cui le lezioni non dovessero riprendere in presenza il 18 maggio, allora si prevedono: scrutinio anche “telematico”, un maxi colloquio per l’Esame di Maturità che sostituisca le prove scritte nonché l’ammissione a tale prova conclusiva, prescindendo da una parte da quanto richiesto dal Dlgs 62 del 2017, ma (udite, udite!) lasciando invariata la “valutazione delle esperienze maturate nei percorsi trasversali” (vedi Alternanza Scuola Lavoro) “e nell’orientamento”. Si può rinunciare a tutto ma a quelle no.
Cui prodest? A chi giova questo gioco di rimandi a decretazioni successive laddove sarebbe bastato dire che l’anno scolastico in corso era valido per tutti, proprio per evitare che l’aspetto ormai pseudo-pedagogico e normativo-amministrativo della valutazione si trasformasse in una spada di Damocle incombente sulla testa degli alunni più fragili, e non solo dal punto di vista degli apprendimenti scolastici o della dotazione informatica posseduta, ma anche da quello emotivo?

Scorrendo ancora il testo, il diktat sovietico sulla didattica a distanza appare chiarissimo. All’art 2, comma 2, della bozza, ove il governo si riserva di emanare misure urgenti per regolare la conclusione del corrente anno scolastico e avviare il prossimo si legge: “il personale docente ASSICURA comunque le ‘prestazioni’ (nostro il virgolettato) didattiche nella modalità a distanza, utilizzando strumenti informatici o tecnologici a disposizione”. A “disposizione” di chi?

In sostanza: “Le prestazioni lavorative e gli adempimenti connessi dei dirigenti scolastici e del personale scolastico, come determinati dal quadro contrattuale e normativo vigente, fermo quanto stabilito al periodo precedente, possono svolgersi nelle modalità del lavoro agile anche attraverso apparecchiature informatiche e collegamenti telefonici e telematici”. Ma questo è il punto.

Qui entra in ballo il giochino verbale del legislatore pentapiddino e a 5 Balle. Infatti, pur richiamando il “quadro contrattuale e normativo vigente”, contratto e mansionario vengono furbescamente superati in toto, con l’ausilio di un successivo eufemismo icastico, con quella precisazione tra le righe: “fermo quanto stabilito al periodo precedente”. Il che vuol significare semplicemente che, d’imperio: “il personale docente ASSICURA comunque le prestazioni didattiche nella modalità a distanza”. Con buona pace di ogni senso del diritto pubblico e privato, nonché dell’ambito contrattuale vigente ove la didattica a distanza non è per nulla menzionata (e spesso, a causa dell’ingerenza e degli interessi diretti dei grandi sistemi informatici privati, spesso consigliata da più di un pedagogista avveduto). La continuità pedagogica (che oggi, in tempi di corona-virus, la Francia dei Freinet e della scuola attiva raccomanda ai suoi insegnanti, senza alcuna obbligatorietà o imposizione di stato) non è necessariamente la “Dad”, acronimo “brusco” inventato per la didattica a distanza.

Pare del tutto evidente quanto ciò giovi, in primis dal punto di vista economico, ai giganti dell’informatica, i quali stanno già stipulando con il Ministero e le singole Istituzioni Scolastiche i predisposti contratti di fornitura di beni e servizi. Pare altrettanto evidente come si utilizzi la Valutazione, declinata nel suo aspetto meramente burocratico-normativo, e la didattica a distanza nella sua banale e riduttiva accezione di didattica digitale, come grimaldelli per scardinare – nonché per stabilire un pericolosissimo precedente – quanto resta del Sistema Scolastico dopo trent’anni di sistematica distruzione di stampo privatistico (persino per quanto attiene al genere di contrattazione).

Perché diciamo questo?

-Perché un siffatto Decreto Legge, che norma ciò che non dovrebbe normare e rimanda ad libitum ciò che invece sarebbe richiesto normasse, s’inquadrata nella filosofia degli Hashtag “#.nientesarà+comeprima”, degli inviti mediatici a sperimentare nuove forme eterodirette di organizzazione dei rapporti umani e sociali sulle piattaforme gestite dalle potenti nuove tecnologie informatiche e digitali che altri hanno scelto per noi, giustifica ben più di qualche motivo di seria inquietudine.

-Perché frammentare l’atto giuridico valutativo in tanti microcosmi quante sono le scuole, oltre a creare confusione, inficia ulteriormente il valore legale (e la legalità) del titolo di Studio conseguito, ossia ne indebolisce la condizione, sul piano dell’efficacia oggettiva, del suo valore di attestazione della certezza, in primo luogo del raggiungimento di un determinato tipo o livello di preparazione, “certezza legale valevole erga omnes”. Ed eliminare il valore legale del titolo di studio significherebbe realizzare l’unico punto ancora inevaso del programma della Loggia P2 (e lo sa molto bene Valentina Aprea di Forza Italia, che per questo s’è già spesa favore di questo Decreto). “Sdoganare” per legge la didattica digitale come unica (e prevalente) forma di Scuola, significa realizzate la distopia dell’Associazione Treellle, della Fondazione Agnelli, dell’Associazione Nazionale Presidi, dei tecnocrati che hanno già scritto ed ottenuto l’incostituzionale chiamata diretta (a suo tempo firmata da Mattarella) e la cattiva sQuola renziana ed ora vogliono completare l’opera, portando finalmente la Scuola al loro servizio, alle regole del mero apprendistato dell’alternanza scuola-ignoranza, al minimalismo sfrenato, alla sostituzione delle conoscenze con le competenze, per l’introiezione negli studenti di un assetto disciplinare, iniquo, impolitico, sub-culturale e meramente esecutivo.

Proprio su quel valore legale si fonda la reale uguaglianza dei cittadini sancita dall’articolo 3 della Costituzione, perché quel valore legale si sostanzia dell’articolo 33, comma 2 della Costituzione: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”. L’ articolo 33 dunque postula l’esigenza di “promuovere” concretamente tale diritto, segnando la strada alla normativa futura anche e soprattutto in emergenza pandemica.

-Invece abbiamo dovuto ascoltare una Ministra dell’Istruzione, dall’aula del Senato – a proposito della didattica a distanza e del fatto che non tutti gli alunni avessero mezzi informatici adeguati – tirare in ballo la “sussidiarietà verticale”, una sorta di confusa giustificazione giuridica dell’ineguaglianza, una sorta di invocazione e remissione alla darwiniana “immunità di gregge” in versione scolastica. Poi la panacea degli 85 milioni, come se, oltretutto in tempi brevi, potessero far sparire il problema.
Gli alunni? Si adeguino! Gli insegnanti anche. Tanto che taluni Dirigenti Scolastici scrivono nelle loro grida manzoniane: “Per quanto concerne la connessione sono le famiglie che devono attivarsi se non possiedono una linea internet adeguata: questo oramai è il canale comunicativo che sta sostituendo la stessa dimensione sociale, pertanto non lo si può ignorare anche a costo di qualche spesa economica per dotarsi di strumenti e linee sufficienti in casa, come PC fissi e laptop efficienti (e non si può studiare un mese su un cellulare!)”. Come se si dicesse al malato che accede alla terapia intensiva di portarsi il respiratore da casa.

-Perché ridurre la didattica a distanza ad una “prestazione assicurata” significa ridurre la Scuola al minimo, con lezioni live, in asincrono, “somministrate” da una piattaforma digitale che è programmata solo per offrire alcuni strumenti che, a priori, si vorrebbe venissero riconosciuti come gli unici possibili, significa tagliare la complessità dei processi cognitivi e di insegnamento-apprendimento, nonché restringere il tutto alla banale, pericolosa, dialettica istruttore-istruito, addestratore-addestrato, comandante-comandato, alla base di tutte le forme di pensiero convergente.

-Perché stupisce in questa bozza di Decreto il fervore con il quale, nelle ipotesi di riorganizzazione dei momenti valutativi come gli esami di Stato, ci si arrovelli in soluzioni organizzative indefinite, ci si astenga dal dettare norme chiare, come pure sarebbe compito della Repubblica e invece si richiamino esplicitamente i percorsi per le competenze trasversali (leggasi alternanza scuola lavoro) e l’orientamento, proprio a voler richiamare con forza che “la scuola debba realizzare il ‘successo formativo’ in termini di performances misurabili”, fornire impari opportunità al cittadino in formazione ancorandosi al concetto invasivo di meritocrazia, a voler sancire proprio nell’emergenza che la scuola continui ad utilizzare la misura come mezzo di governance del “sistema” insegnamento-apprendimento, riorganizzandola sull’infatuazione per il numero in tutte le sue forme, comprese le declamazioni quotidianamente sfornate alle 18.00 per misurare l’andamento dell’epidemia, e aspettare il picco, e “distanziare socialmente” non solo fisicamente, ma anche ideologicamente.

-Perché frammentare la complessità dell’organizzazione scolastica nei microcosmi di “prestazioni agili”, connesse fra di loro dalla fragilità di una comunicazione mediata e spesso unidirezionale è qualcosa di più e di diverso dal frammentare un qualsiasi altro luogo di lavoro, assume un valore “pedagogico” intrinseco che va al di la della Scuola stessa: si tratta di un diktat che grava su tutta la pedagogia sociale. La scuola è un ambiente educativo d’apprendimento e lo è anche nelle relazioni umane ed istituzionali che tesse al suo interno. Non è un caso allora che questa innovazione, apparentemente imposta dall’emergenza (e dal mercato dell’emergenza), esalti i rapporti gerarchici e privilegi i tecnocratici a discapito della pariteticità, della comunicazione educativa, collegiale, dialogica ed instauri invece rapporti dove tutti, alunni, Dirigenti, Docenti, Personale Ata, sono ridotti a monadi dematerializzate le cui relazioni complesse sono amputate del corpo come deposito della memoria, della parola come simbolizzazione e ripensamento dei significati del corpo e lasciate alla narrazione dell’immagine predefinita, pre-pensata, pre-posta, pre-significata. La banalizzazione della rappresentazione iconica di cui parlava Bruner.

-Perché introdurre per Decreto emergenziale ciò che semmai dovrebbe essere previsto (e normato) da un Contratto Nazionale di Lavoro è un modo feroce per demolire non solo i diritti, bensì il concetto stesso di diritto soggettivo, assoluto ed erga omnes, come quello “relativo”, in e ad personam. E già hanno cercato di farlo, sempre nella scuola, imponendo (unici in Europa) al personale ata di rimanere negli istituti e persino di “sanificarli” loro (invece che le Asl a cui spetta), senza strumenti e competenze. Imponendo al personale ata, con una circolare illegittima dello stesso “Max” Bruschi, di gettare le ferie pregresse non godute nella turnazione obbligatoria. Imponendo a Convitti ed Educandati di rimanere ininterrottamente aperti (proprio dove c’è maggior promiscuità). È sotto gli occhi di tutti quali sfaceli abbia determinato la decontrattualizzazione del personale sanitario, dei medici, dei ferrovieri (l’incidente di Lodi in tempi di pandemia), dei corrieri di Amazon.

Cosa chiediamo.

L’Unicobas Scuola & Università chiede ufficialmente, al Ministro Lucia Azzolina e al Governo tutto, una decisione chiara ed inequivocabile su come debba finire l’anno in corso. Urge un provvedimento politico che non sia questa bozza di decreto. La classe politica di questo Paese, e particolarmente il personale direttivo del Ministero, devono prendersi questa storica responsabilità, senza ordire trame e trucchi per scaricarla sulle spalle degli insegnanti più sottopagati d’Europa (i laureati peggio pagati d’Italia).

Da settimane sentiamo TV e giornali mainstream ringraziare i docenti per il lavoro in più che si stanno sobbarcando senza esservi mai stati preparati, e senza risparmio del proprio tempo, delle proprie energie e della propria salute fisica e mentale (nonostante la favola — finora propalata dagli stessi media mainstream — dei docenti che non lavorano mai).

Ebbene, un buon modo per ringraziare fattivamente i docenti — visto che dal punto di vista economico, più che ringraziarli, li si defrauda e li si vilipende — potrebbe esser quello di sollevarli dalla responsabilità tremenda di dover valutare gli allievi in una situazione di assoluta mancanza di legittimità (esponendosi a piogge di ricorsi e al rischio di denunce civili con risvolti penali).

L’unica valutazione che scuole e docenti possono legittimamente fornire, in momenti come l’attuale, non può che essere formativa. Non c’è pedagogista serio che smentirebbe questo principio. L’unica funzione che la didattica a distanza può autonomamente e volontaristicamente svolgere in questo momento emergenziale è la motivazione degli allievi allo studio autonomo, lo stimolo alla scoperta del proprio desiderio di conoscere e del piacere di comprendere, il mantenimento del legame con la Scuola e col proprio percorso di crescita individuale: la continuità pedagogica. Questo è il solo compito che un docente degno di questo nome può tuttora assumersi. Tutto il resto, nella fase in cui il Paese si trova, è inutile e dannoso.

Gli studenti, in questo anno scolastico sventurato, vanno promossi tutti.
La severità andrebbe usata in anni normali. E invece da decenni il nostro Sindacato denuncia il lassismo e il “promozionismo” come diritto politico al “successo formativo”: una vera truffa, assolutamente proprio a danno di quelle classi subalterne che si finge di voler tutelare, distruggendone in realtà la possibilità di emanciparsi realmente dalle catene dell’ignoranza per poi divenire vittime della precarietà e del mercato del non-lavoro. Una truffa che la “Scuola dell’autonomia” ha oramai sdoganato mediante la trasformazione delle istituzioni scolastiche in aziende che competono sul mercato con altre scuole-azienda a suon di promozioni facili!

Si promuovano quest’anno — e solo quest’anno — tutti gli alunni, e si torni finalmente da Settembre ad una prassi valutativa seria, che valuti le conoscenze e la capacità di utilizzarle in vista di una cittadinanza consapevole, utile a tutta la collettività nazionale.

Dov’è finita la “sinistra”? Che dice “Leu”? Dove sono i “liberali”? Dove s’acquattano i “grandi costituzionalisti”, sempre attenti a far le pulci alle leggi elettorali, per cercare di salvaguardare la “garanzia” di qualche scranno in più per partiti e partitini ormai decotti, ma mai presenti nelle battaglie cruciali di democrazia? Assenti ieri rispetto al furto di democrazia operato con la legge 517/97, quella che ha eliminato per le organizzazioni di base persino il diritto di indire assemblee sindacali in orario di servizio ed il diritto di poter presentare liste nazionali, persino nel corso delle elezioni Rsu, quelle che decidono della rappresentanza sindacale. Assenti oggi persino a fronte di questo vile attacco alla Scuola, proprio nel momento in cui il diritto di sciopero è vietato ed impraticabile in tutto il Paese (ma non nel resto d’Europa).

Una nota è stata inviata al Presidente Mattarella, perché non si renda complice di questa ennesima vergogna politica, che darebbe luogo ad una conflittualità pesante, che comincerà con atti di rimostranza a ripetizione e successivi ricorsi alla magistratura del Lavoro, perché l’operazione di annullare il contratto e lo stato giuridico vigenti per decreto è assolutamente inaccettabile sia sotto il profilo della normale giurisprudenza che sotto quello costituzionale.

L’Unicobas decide di percorrere una doppia strada: oltre alla protesta formale rivolta al Presidente Sergio Mattarella, come accadde con la Legge 107 del 2015, quella della disubbidienza civile e dell’obiezione in scienza e coscienza contro l’imposizione di una pedagogia di stato, che chiederemo al personale docente ed ata di attuare se il Decreto verrà promulgato.

p. l’Esecutivo Nazionale dell’Unicobas Scuola & Università:
Stefano d’Errico (Segretario Nazionale)
Alessandra Fantauzzi
Alvaro Belardinelli

 

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