Concorsi scolastici, VIPhD:
Concorsi scolastici, VIPhD: "Sono una lotteria, vogliamo un nuovo modello di reclutamento del personale docente"

Di seguito il comunicato stampa in forma integrale del Direttivo del Gruppo V.I.Ph.D, per la Valorizzazione Italiana del Ph.D. a proposito della lotteria dei concorsi nella scuola.

Contro la maxi lotteria dei concorsi scolastici, per un nuovo modello di reclutamento del personale docente

In un recente articolo apparso sulla rivista “Internazionale” ( https://bit.ly/2zMyVMc), Christian Raimo propone una riflessione generale sull’utilità dei concorsi pubblici, soffermandosi in modo particolare su quelli recentemente proposti dal Governo per la scuola. Dato che come gruppo di Dottori di Ricerca abbiamo già trattato ampiamente la questione in un recente articolo apparso su Orizzonte scuola ( https://bit.ly/364H22O), vorremmo aprire una riflessione sulla strutturazione di questi concorsi, che a noi pare piuttosto anomala, e fare una proposta alternativa.

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Anzitutto ci preme sottolineare che, in qualsiasi modo il Governo deciderà di procedere all’inserimento – sempre più urgente e necessario – di nuovi insegnanti nel comparto scolastico, ci sembra alquanto antidemocratico e ancor più inopportuno (a maggior ragione in una situazione emergenziale come questa che, oltre ad aver provocato un numero elevato di vittime, ha determinato un impoverimento generale della popolazione) riservare a una categoria arbitrariamente scelta (36 mesi: perché non 24 o 48?) i soldi pubblici di un’intera nazione. Un sistema di reclutamento, “emergenziale” o meno, dovrebbe essere aperto a tutti e non limitato a questa o quella categoria (36 mesi, iscritti in terza fascia, docenti delle scuole statali o piuttosto delle paritarie, ecc.). I diritti e soprattutto i titoli di merito (e non solo di servizio) acquisiti negli anni vanno valutati con il giusto punteggio e non come criterio di sbarramento alla possibilità di essere valutati.

Riteniamo che una vera meritocrazia possa sostanziarsi esclusivamente attraverso l’espletamento di concorsi ordinari, aperti appunto a tutti, rifiutando invece qualsiasi concorso straordinario. Peccato che, al contrario, il Ministero dell’Istruzione avalli non una ma ben due procedure concorsuali straordinarie (le ennesime, visto che gli ultimi due concorsi banditi per la scuola, nel 2016 e 2018, sono stati anch’essi riservati ad una categoria, quella degli abilitati), ciascuna riservata a pochissime specifiche categorie (e lo fa da ben prima della pandemia), salvo poi bollare come “sanatoria” qualsiasi proposta di soluzione alternativa, più consona all’emergenza sanitaria.

Tuttavia, il principio meritocratico, non può corrispondere al solito “concorsone”, in cui (al pari del famoso quiz televisivo “Rischiatutto”) la fortuna di ricordare la risposta esatta su un micro-argomento nel vasto mare magnum delle conoscenze richieste a un aspirante docente è considerata il metro efficace per stabilire se una persona sappia o meno insegnare (basta vedere come è stato pensato il concorso ordinario per farsi un’idea: è richiesta la conoscenza dei programmi integrali di tutte le discipline oggetto di insegnamento, delle discipline trasversali come pedagogia, antropologia, psicologia fino alla legislazione scolastica).

La fenomenologia del rischiatutto è infatti espressione tipica di una politica che associa la professione pubblica alla vincita di una maxi lotteria, come se, una volta dentro l’apparato statale, il lavoratore non abbia da temere più nulla: non ha controllori né doveri, solo diritti da far valere. E ciò, sottintende il Governo, a differenza del “privato” in cui, viceversa, i diritti seppur presenti possono essere esercitati dal lavoratore solo a discrezione del datore di lavoro.

Solo accettando l’ipotesi che questo sia il pensiero, certamente aberrante, dei governanti nei confronti del pubblico impiego, si comprenderebbe meglio la volontà di complicare a dismisura la via d’accesso per il “paradiso lavorativo” al cittadino italiano e di legarla indissoubilmente ai guizzi della fortuna (almeno per coloro i quali non possono usufruire di qualche “aiutino” per giungere vincenti al traguardo: le vicende recenti di cronaca concorsuale diciamo “truccata” sono note a tutti, ma per chi volesse rinfrescare la memoria si consigliano, tra i molti libri sull’argomento, almeno quelli sulla “concorsopoli italiana” di A. Giangrande e quello sui baroni universitari di N. Gardini).

Viene poi spontaneo un ulteriore interrogativo circa la validità di quella certificazione rilasciata dallo Stato e chiamata laurea. Il MIUR sta affermando, cioè, che non si fida di ciò che esso stesso ha già testato e valutato, che nessuno dei laureati apprende davvero ciò che ha studiato a un livello alto e che il certificato di laurea (rilasciato dallo stesso MIUR) non attesta una reale conoscenza disciplinare. Per non parlare di chi possiede anche un Dottorato di ricerca, che, nella piramide dei titoli di studio, si colloca addirittura al vertice: il Dottorato, per il reclutamento scolastico, è considerato meno di un master comprato nelle decine di negozi on line di vendita titoli per incrementare i punteggi. Stando così le cose, è evidente la volontà del MIUR di puntare tutto sulla fortuna e di considerare un bravo insegnante un bravo fortunatoChissà perché, invece, nelle Università il concorso per scegliere i candidati a qualsiasi livello (dai ricercatori ai professori ordinari) avviene tramite la presentazione dei titoli culturali e la discussione, tramite un colloquio, degli stessi.

Un metodo più efficace (analogamente a quanto avviene per il reclutamento nei Paesi europei al di là delle Alpi)  – e qui veniamo alla nostra proposta -sarebbe quello di selezionare la classe docente anzitutto chiudendo definitivamente le terze fasce d’istituto, bacini di ristagno per una massa indistinta di persone e, di fatto, meri ammortizzatori sociali. Gli aspiranti docenti dovrebbero invece essere inseriti in percorsi annuali, selettivi in itinere e in uscita, che si occupino anzitutto di formarli magari nelle discipline in cui alcuni di essi potrebbero essere più carenti: antropologia culturale, psicologia, pedagogia e metodologia didattica. Una volta formati, sarebbero inseriti in graduatorie regionali (rinnovate e aggiornate ogni tre anni), in sostituzione delle vecchie terze fasce, e da qui i vari USR attingerebbero per le supplenze. Con la progressiva disponibilità di posti per il ruolo, questi docenti sarebbero chiamati in base al punteggio acquisito (per titoli culturali e di servizio) a svolgere l’ anno di provaal termine del quale superare un esame metodologico didattico che sancirebbe, insieme al giudizio dei tutor che lo hanno seguito durante l’anno, l’ ingresso in ruolo del docente.

Questa modalità di reclutamento potrebbe essere messa in funzione sin da subito e con pochissimo dispendio di energie e di soldi pubblici. Tutti gli abilitati (che hanno seguito cioè uno dei percorsi che lo Stato ha discontinuamente fornito ai suoi aspiranti docenti e ai quali verrebbe quindi riservato un punteggio piuttosto alto) attualmente in seconda fascia potrebbero richiedere di entrare in questa nuova graduatoria, che andrebbe così a esaurire anche quest’altra fascia e forse a mettere un po’ di ordine in un sistema lasciato (per convenienza?) così caotico e fucina di precariato. Le chiamate per le supplenze avverrebbero quindi da questa nuova graduatoria e, accettando supplenze, ogni docente potrebbe incrementare il proprio punteggio e salire quindi nella graduatoria, ove rimarrebbe, anche una volta abilitato, in attesa della convocazione per l’anno di prova finalizzato all’immissione in ruolo. I docenti inseriti in questa graduatoria avrebbero due modi per abilitarsi: durante l’anno di prova finalizzato al ruolo o in occasione della prima supplenza annuale accettata. In questo caso, durante la supplenza si seguirebbero anche attività di formazione (a distanza, in presenza o in modalità blended fra le due) e, al termine, si sosterrebbe un esame finale. Il superamento di tale prova e quindi il conseguimento dell’abilitazione darebbe diritto al riconoscimento del relativo punteggio (con un miglioramento della propria posizione nella graduatoria).

Il direttivo del Gruppo “ViPhd”

Claudio Brancaleoni, Silvia Crupano, Sergio Martellucci, Serena Modena