Aumenti scuola
Aumenti scuola? No adeguamenti. Per diverso tempo dovremo accontentarci di questa soluzione

Aumenti scuola, in piena pandemia fa capolino la questione contrattuale per il pubblico impiego. Per la scuola si prevede un aumento di 50 euro netti. Nulla di nuovo, finché rimarrà in vigore il D.Lvo 29/93.

Aumenti scuola, si ipotizzano 50 euro netti

Aumenti scuola, in piena epidemia sembra fuori luogo ogni discorso di adeguamento degli stipendi al tasso d’inflazione programmata. Non è cosi! E’ una questione di rispetto di regole, il cui fondamento si trova nella Costituzione. Si legge nell’art.36 “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.”
Ora l’adeguamento previsto per il comparto scuola è di 50 euro netti a regime (2019-21).
I soldi sono già disponibili. I riferimenti sono la Legge di Bilancio 2019 n° 145 che all’art. 1 comma 436 ha stabilito per tutto il comparto pubblico i seguenti importi:
2019: 100 milioni di €;
2020: 750 milioni di €
2021: 375 milioni di €
A quest’ultima cifra occorre aggiungere 400 milioni di € (Legge di Bilancio 2021).

È sempre un adeguamento, non aumento

La cifra ipotizzata deve essere considerata un adeguamento e non aumento. Il comparto pubblico dal 1993 soggiace alla gabbia normativa del Decreto Legislativo n.29 che in piena crisi finanziaria del 1992 introdusse il principio della moderazione salariale. Fu stabilito che i contratti economici del pubblico impiego dovevano adeguarsi al tasso di inflazione programmata. Ovviamente questo si discosta sempre da quello reale. In questi quasi trent’anni la perdita del potere d’acquisto è stata significativa. Il maggiore contributo a questo impoverimento (7,3%, dato Flc-CGIL) è stato prodotto dalla vacanza contrattuale 2010-18, ripagato con solo 80€ (ultimo contratto economico).

Quali sono le prospettive?

La soluzione è nelle possibilità del sindacato che deve pungolare l’esecutivo e nel Parlamento che deve approvare un nuovo disposto normativo che superi la gabbia del D.Lvo 29/93.
Durante il confronto per la definizione dell’ultimo contratto economico scriveva S. D’Errico, autore tra l’altro di un interessante lavoro (“La scuola distrutta”, Mimesis, 2019): “Per ottenere un contratto degno di questo nome – ha detto il sindacalista di base – occorre un accordo specifico per la scuola e quindi svincolarsi dal pubblico impiego, anziché creare un compartone in ossequio alla Madia: il problema però nasce dal decreto legislativo 29 del 1993, che ha relegato all’angolo tutti quelli che ne fanno parte, Scuola compresa, eliminando per loro il ruolo a favore dell’incarico a tempo indeterminato, gli scatti d’anzianità biennali per lasciare spazio ai gradoni di 6-7 anni e dovendo pure dire addio agli aumenti superiori all’inflazione programmata”.

Il Covid-19 ha complicato la situazione

Tutto questo prima che scoppiasse la pandemia con la conseguente emergenza sanitaria che ha portato il nostro debito pubblico al 180% rispetto a tutta la ricchezza prodotta (Pil).
Se già prima con un debito inferiore, l’ipotesi di S. D’Errico veniva ignorata perché incompatibile con le finanze pubbliche, ora diventa pura fantascienza la sua concretizzazione.
Qualcuno sta pensando al Next Generation EU, meglio conosciuto come Recovery fund. Questi fondi, purtroppo sono una tantum, quindi possono essere spesi solo per investimenti o progetti, e non per incrementare gli stipendi (spesa corrente).
Con un debito così enorme, che i nostri figli dovranno comunque pagare e forse saranno costretti a passarlo alla generazione seguente, occorrerà rassegnarsi agli adeguamenti stipendiali. Del resto cosa abbiamo fatto dal 1993 ad oggi?