CNPS: 'Non è una sanatoria! Ecco perché i docenti precari devono essere stabilizzati'
CNPS: 'Non è una sanatoria! Ecco perché i docenti precari devono essere stabilizzati'

Riceviamo e pubblichiamo comunicato stampa inviatoci dal CNPS (Coordinamento Nazionale Precari Scuola).

‘Non è una sanatoria! Ecco perché i docenti precari devono essere stabilizzati’

La scuola al momento è al centro di diatribe politiche che mirano all’accaparramento di consensi, mentre manca un ragionamento globale capace di rilanciare l’istruzione pubblica come elemento portante del Paese così come sancito dalla Costituzione. Una percentuale troppo alta di edifici scolastici non è a norma, le classi continuano a essere stracolme di studenti che vengono privati di una vera inclusione e della continuità didattica inattuabile a causa dell’elevata precarietà degli insegnanti che ogni anno vengono spostati da una scuola all’altra. Nell’anno scolastico in corso un terzo dei docenti è precario, circa ottantamila dei docenti a tempo determinato vantano più di tre anni di servizio; nel frattempo costoro da giovani sono diventati meno giovani e, negli anni, lavorando sul campo e seguendo le formazioni ministeriali, sono diventati professionisti e pedagoghi. 

Uno Stato che ha cuore il bene comune non dovrebbe far altro che rendere stabile la loro condizione di docenti precari. Come si diventa insegnanti? Per rispondere a questa domanda dobbiamo addentrarci in un ginepraio per poi uscirne senza risposta. Sappiamo che per accedere al ruolo è necessaria l’abilitazione o la specializzazione per chi aspira a diventare docente di sostegno. I percorsi per l’abilitazione all’insegnamento non esistono in Italia da circa 10 anni. Chi ha iniziato a insegnare nel 2014 non ha avuto la possibilità di avanzare verso il ruolo restando in terra natia. 

Nasce da qui il turismo “formativo” ovvero l’acquisto dell’abilitazione in altri Paesi europei come la Spagna, la Romania e la Bulgaria. Il costo dell’operazione va dai 6000 ai 15000 euro compreso il riconoscimento del titolo presso il MI. Intanto nella nostra penisola sono spuntate come funghi università e centri di formazione privati accreditati dal Ministero che – oltre ai 24 cfu, diventati nel frattempo obbligatori per accedere alle graduatorie per l’insegnamento – offrono corsi di specializzazione per il sostegno, presunti master abilitanti e certificazioni varie che danno punteggio per le graduatorie. 

Le abilitazioni e la formazione dell’aspirante docente non sono altro che merce di scambio acquisibile con ingenti esborsi in denaro e ultimamente alcuni dei più famosi centri di formazione privati sono finiti nell’occhio del ciclone per illeciti e infiltrazioni mafiose. In altre parole lo Stato, che continua a poter tenere aperte le scuole grazie al precariato, ha messo in atto solamente meccanismi utili (economicamente e non poco) alle università e ai centri di formazione privati che lucrano su una categoria di lavoratori: quella dei docenti precari visti, evidentemente, solo come fonte di guadagno per alcuni e di risparmio per le casse dello Stato. In tutto questo tempo non è stato istituito un percorso di reclutamento per il nuovo personale della scuola (ovvero per chi, a un certo punto della sua vita, vorrebbe insegnare per la prima volta), né sono stati attuati provvedimenti urgenti per “sanare” l’ingiustizia sulla quale si fonda il sistema scuola. 

Sì, la parola appropriata è proprio ingiustizia: buoni per coprire le decine di migliaia di posti vacanti, buoni per coprire le funzioni strumentali, per inventare progetti con cui arricchire le offerte formative, per scegliere i nuovi libri di testo, per licenziare o diplomare studenti, i precari diventano improvvisamente NON DEGNI quando chiedono di essere stabilizzati e di rispettare i LORO DIRITTI. Come dire, i precari sono l’esempio del lavoratore che ha molti doveri e pochi diritti: deve lottare per farsi pagare le ferie maturate, non può accedere ai permessi retribuiti (neanche per fare il vaccino), ha regole diverse per la malattia e non ha la carta del docente (acquisto di dispostivi per la didattica a distanza e corsi di formazione vari pagati di tasca propria).
Il concorso straordinario, avviato a ottobre 2020 e terminato solo a febbraio 2021, si è svolto in un periodo carico di tensioni, nel pieno corso di una pandemia e a ridosso di un travagliato inizio dell’anno scolastico caratterizzato da clamorosi errori di una macchinosa e raffazzonata gestione delle Graduatorie Provinciali per le Supplenze. Migliaia di docenti precari su sostegno con oltre tre anni di servizio, sono stati esclusi dalla possibilità di partecipare al concorso straordinario, circa diecimila docenti non hanno potuto svolgere le prove perché in quarantena o impossibilitati a recarsi nella sede assegnatagli. 


Dopo venti giorni di preavviso, il concorso straordinario ha avuto inizio senza render noto agli aspiranti il contenuto delle prove e nonostante l’acuirsi della crisi pandemica, tanto è vero che i primi di novembre la macchina concorsuale si è dovuta fermare per riprendere poi a febbraio. Risulta chiaro che chi ha espletato la prova a febbraio è stato avvantaggiato sia per aver avuto più tempo che per avere avuto consapevolezza della consistenza della prova; una prova che premia senz’altro le competenze in dattilografia. 

Destano sospetti i risultati di Google analytics con i picchi di ricerca poche ore prima delle prove e la successiva scoperta di un giro di mazzette da 40mila euro per superare il concorso. Come possono 6 risposte scritte in 150 minuti dimostrare l’empatia, il saper gestire un numeroso (purtroppo) gruppo classe e tramandare conoscenze e competenze? Il merito, di cui tanto si riempiono la bocca quelli che hanno sostenuto e sostengono la necessità di queste prove concorsuali, ha evidentemente un nuovo significato non ancora registrato dalla Treccani che lo descrive ancora come “Il diritto che con le proprie opere o le proprie qualità si è acquisito all’onore, alla stima, alla lode, oppure a una ricompensa (materiale, morale o anche soprannaturale), in relazione e in proporzione al bene compiuto (e sempre sulla base di un principio etico universale che, mentre sostiene la libertà del dovere, afferma la doverosità dell’agire morale)”. 

Un docente su tre è precario: i precari, dunque, hanno sicuramente il merito di aver contribuito al funzionamento della scuola italiana negli ultimi anni. E questo merito va loro riconosciuto con la stabilizzazione in virtù del servizio reso allo Stato e alla società tutta. Settembre 2021 è vicino e la soluzione per iniziare al meglio il prossimo anno scolastico e ridare dignità ai lavoratori esiste, ed è facilmente percorribile: un percorso transitorio formativo abilitante di durata annuale che immetta in ruolo i docenti precari che abbiano superato i 3 anni di servizio su materia e/o sostegno. Questa modalità permetterà ai docenti precari la stabilizzazione e il conseguimento del titolo professionalizzante come richiesto anche da tutti i paesi europei mentre l’Italia continua ad esserne carente. Su questa base si potrà costruire un percorso strutturale a regime anche per i docenti più giovani e aspiranti tali che vorranno intraprendere il meraviglioso lavoro dell’insegnante.