2022
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Pensioni 2022: nell’attesa di una riforma previdenziale strutturale, quali saranno le misure di uscita anticipata per lasciare il mondo del lavoro prima dei 67 anni? Cerchiamo subito di fare un po’ di chiarezza a proposito delle soluzioni in gioco.

Riforma strutturale rinviata

Come precedentemente anticipato, nel corso dell’ultimo incontro tra governo e sindacati è emersa l’esigenza di posticipare di qualche mese la scadenza della prossima riforma delle pensioni.

A partire da dicembre avrà, infatti, inizio una serie di nuovi incontri tra l’esecutivo e le parti sociali per trovare una soluzione definitiva a proposito della questione previdenziale.

La deadline sembra, quindi, essere slittata almeno di qualche mese. Nello specifico, ci si aspetta di avere un quadro più completo entro la fine del mese di marzo. Tuttavia, è probabile che per l’entrata in vigore della riforma vera e propria bisognerà attendere il 2023.

Cosa accadrà, pertanto, nel corso del prossimo anno? Cerchiamo di fare subito un po’ di chiarezza.

Pensioni 2022: facciamo il punto della situazione

Se per una riforma strutturale delle pensioni bisognerà aspettare grossomodo il 2023, nel corso del prossimo anno ci sarà di fatto un ritorno alla Legge Fornero.

Ad ogni modo, i lavoratori prossimi alla pensione potranno comunque scongiurare lo scalone di 5 anni attraverso le seguenti misure:

  • Quota 102: è una sorta di compromesso per cercare di superare Quota 100, che permetterà di lasciare il lavoro con 64 anni di età e 38 di contributi versati;
  • Ape sociale: uno strumento mirato destinato principalmente ai lavoratori più fragili, con un relativo allargamento della platea dei beneficiari;
  • Opzione donna: prorogata per un anno anche la misura di anticipo pensionistico riservata alle donne con 35 anni di contributi e 58 di età (59 le autonome).

A tal proposito, particolarmente controverse sarebbero proprio Quota 102 e Opzione donna. Ritenute dalla Corte dei Conti, dalla Banca d’Italia e dall’Ufficio parlamentare di Bilancio non del tutto adeguate alle esigenze del sistema previdenziale italiano.

Soprattutto Opzione donna che è considerata “solo in parte positiva”, in quanto fortemente penalizzante dal punto di vista dell’assegno percepito.