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Risale a qualche giorno fa la notizia di una maestra condannata dal Tribunale di Parma per aver severamente rimproverato degli alunni frequentati la classe quinta primaria di un Istituto comprensivo di Fornovo Taro (Parma). La condanna per “abuso dei mezzi di correzione” ha suscitato la reazione dell’opinione pubblica, politica e del mondo della scuola. A distanza di alcuni giorni interviene l’Associazione nazionale magistrati per far luce sulla vicenda e chiarire le motivazioni che hanno portato alla sentenza tanto contestata.

La vicenda della maestra condannata continua a destare polemica

Come sappiamo, alcuni giorni fa si è diffusa la notizia di un’insegnante di una scuola primaria della provincia di Parma che, dopo un processo durato 4 anni, ha ricevuto una condanna di un mese e 20 giorni di reclusione. La maestra condannata ha rimproverato gli alunni che allora frequentavano una quinta classe per aver imbrattato i bagni con feci: a seguito di denunce da parte dei genitori, la faccenda è finita nelle aule del tribunale di Parma. Anche se il rimproverare i propri alunni in presenza di un comportamento scorretto appartiene ai compiti di qualsiasi educatore, ed in modo particolare di un docente, e nonostante la pubblica accusa avesse ritirato l’istanza, il tribunale ha emesso la sentenza di condanna.

L’Associazione nazionale magistrati prende la parola

Questo ha destato le polemiche di tantissimi, che tra sindacati, politici, docenti hanno espresso tutto il proprio disappunto in merito: la Gilda ha anche chiesto al Ministero dell’istruzione di intervenire personalmente nella questione.

Considerate le polemiche sulla vicenda dirette al Tribunale di Parma, interviene l’Associazione nazionale magistrati a far luce maggiormente sulla questione, chiarendo i motivi che hanno portato il giudice ad emettere la tanto contestata sentenza. Al quotidiano ‘Repubblica’ la giunta distrettuale dell’Anm dell’Emilia-Romagna così spiega il motivo del suo intervento chiarificatore: “Ci preme evidenziare che per comprendere e valutare l’operato del giudice sia necessario confrontarsi con la motivazione della sentenza, che è requisito essenziale e costituzionalmente imposto per ogni provvedimento, proprio per far sì che i cittadini, nel cui nome vengono emesse le sentenze, possano comprendere ed operare un vaglio sull’esercizio del potere giudiziario”.

L’Anm sottolinea che il dibattito pubblico sulle decisioni giudiziarie è sempre doveroso e importante, ma si deve fondare sulla completezza delle informazioni e ricostruzione storica dei fatti.  

Le motivazioni della sentenza

Stando a quanto ricostruito in aula di tribunale, la maestra condannata avrebbe ricevuto in seguito da parte del dirigente una sanzione disciplinare per aver usato modi troppo bruschi nel rimproverare gli alunni. La sentenza depositata ricostruisce uno per uno i resoconti raccolti da colleghi, genitori e alunni, evidenziandone la coerenza fra loro su quanto successo in classe il 16 febbraio 2018: l’insegnante avrebbe insultato, strattonato, e pronunciato parolacce anche discriminatorie.

“Se sgridare gli alunni per una condotta sbagliata non è solo opportuno ma anzi assolutamente doveroso – sottolinea il giudice Beatrice Purita – tuttavia far degenerare l’ammonimento in volgari insulti significa valicare i limiti del potere correttivo correlato all’autorevolezza del proprio ruolo”.

Inoltre “né la difficoltà nella gestione della classe da parte della maestra o l’episodio dell’imbrattamento dei bagni possono giustificare questo tipo di invettive, profferite in modo pressoché indiscriminato nonostante l’assenza di prova di chi fosse il responsabile o se fosse proprio in quella classe”. Le accuse rivolte alla maestra condannata, pertanto, non sono da attribuire a genitori iperprotettivi, ma si basano su segnalazioni fatte dalle stesse colleghe e su una sanzione disciplinare effettuata dal Dirigente.