formazione docenti
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Ieri, 21 aprile, il Consiglio dei Ministri ha approvato la riforma proposta dal ministro dell’Istruzione Bianchi: parte integrante del ‘pacchetto scuola’, oltre alle forme per il reclutamento dei nuovi insegnanti, anche la formazione continua riservata al personale docente di ruolo, che si lega agli scatti stipendiali e quindi alla progressione di carriera. Molti i dubbi, i nodi da sciogliere su tale misura e gli aspetti che non convincono, prima fra tutti, i veri e propri motori della scuola, i docenti.  

La riforma sulla formazione continua fa molto discutere

Approvato dal Consiglio dei Ministri, nell’incontro di ieri 21 aprile, il testo sulla riforma della scuola promossa dal ministro Patrizio Bianchi: nei prossimi giorni, possibilmente prima del 25 aprile, se ne avrà la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Procederà il suo iter tra Senato e Camera, per riceverne l’approvazione entro 60 giorni dalla divulgazione in GU.

La formazione degli insegnanti diventa in questo modo continua e strutturata: sarà in parte obbligatoria, da svolgere all’interno dell’orario di servizio, in riferimento alle competenze digitali e all’uso degli strumenti tecnologici nella didattica. Ma la grande novità, come abbiamo già spiegato in articoli precedenti, è quella che lega gli scatti stipendiali alla formazione continua, che su base volontaria, i docenti di ruolo e in servizio potranno svolgere per anticipare la progressione di carriera.

Questo però è un aspetto che fa molto discutere e suscita polemiche soprattutto tra i diretti interessati, i docenti. In questi giorni, infatti, sui social e nei corridoi delle scuole si sono accavallati i commenti di tutti coloro che sono stanchi di riforme che non conferiscono la giusta valorizzazione professionale ed economica alla categoria.

Aspetti che fanno discutere e suscitano la polemica dei docenti

Per poter guadagnare di più, anticipando gli scatti stipendiali a tutt’oggi ogni 8 anni, i docenti dovrebbero svolgere una formazione continua articolata in percorsi di tre anni (non più i 4-5 che si prevedevano), e sostenere prove intermedie e finali. Così facendo lo stress dovuto allo studio non finisce mai, nonostante anni di università, master, corsi, pluri-abilitazioni, concorsi: ancora ci si ritrova ad essere sotto esami. Senza considerare un altro aspetto: come si verrà giudicati? Tenendo conto del flop dei concorsi ordinari, anche questo è un punto che fa discutere. Inoltre, la valutazione finale si lega anche al rendimento scolastico degli alunni, senza contare che sul processo di apprendimento giocano tanti fattori, non solo la bravura dell’insegnante.  

Si premieranno davvero i più meritevoli? Molti docenti, se soprattutto sovraccarichi già dalle fatiche della vita quotidiana, anche se ottimi insegnanti, rinunceranno a priori a tale formazione continua incentivata, preferendo magari dedicarsi a ciò che può essere loro utile nel lavoro giornaliero con i propri alunni. Il rischio del nuovo sistema, infatti, è anche quello di un’omologazione formativa, che non tenga conto dei diversi bisogni formativi degli alunni e delle realtà socio – economico- familiari in cui si opera.

Chi pagherà?

Inoltre, le attività che grazie alla formazione continua avranno una ricaduta diretta sull’ampliamento formativo della scuola, si potranno pagare attingendo direttamente dal FIS: questo ridurrà ulteriormente le risorse a disposizione a livello di singola istituzione scolastica, a discapito di interventi magari più urgenti.

In molti si chiedono chi pagherà questi percorsi formativi coordinati dalla Scuola di Alta formazione, chi finanzierà gli enti che se ne occuperanno: saranno ancora una volta i docenti a dover sborsare i soldi dalle proprie tasche? Sarebbe allora un grandissimo controsenso: formarsi per guadagnare di più, ma pagare per farlo. E se fosse lo Stato a dover finanziare tutto il sistema, quanti fondi saranno necessari? Di certo tantissimi, a discapito degli aumenti stipendiali che dovrebbero costituire un diritto derivante dal rinnovo del contratto.