Aula di Tribunale
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Pensioni scuola e Legge Fornero, l’ordinanza della sezione lavoro del Tribunale di Asti N. 733/2022 ha disposto la riammissione in servizio di una docente di scuola superiore nella scuola di titolarità fino al 31 agosto 2023, dopo che l’insegnante è stata collocata in pensione d’ufficio lo scorso 31 agosto. La decisione del Tribunale di Asti, per una serie di importanti motivi, è da considerarsi di portata storica.

Pensioni scuola, la Legge Fornero discrimina le donne che accedono alla pensione con 41 anni e 10 mesi di contributi

L’Avvocato Salvatore Braghini del foro di Avezzano (AQ), della Gilda insegnanti provincia dell’Aquila, commenta alla nostra redazione di Scuola Informa, la suddetta ordinanza emessa dal Tribunale di Asti a favore di una docente di scuola superiore, collocata in pensione d’ufficio il 31 agosto 2022 ma, tramite l’ordinanza, riammessa in servizio fino al 31 agosto 2023.
“Si potrebbe parlare di una discriminazione al rovescio – ha dichiarato l’Avvocato Braghini – oppure di una norma di favore che finisce per penalizzare le lavoratrici che aspirano a permanere in servizio”.

Il caso

La donna, docente di ruolo presso l’Istituto Tecnico Industriale A. Artom di Asti, aveva ricevuto il 6 aprile 2022 un avviso dell’amministrazione di collocamento a riposo d’ufficio per raggiunti limiti di età, con decorrenza 1° settembre 2022, in quanto aveva maturato i requisiti previsti dal decreto legge 201/2011, convertito nella legge 214/2011 (nota come riforma Monti-Fornero), che, secondo l’interpretazione autentica fornita dal successivo DL 101/2013, impone alle amministrazioni di pensionare il personale che abbia conseguito un qualunque diritto a pensione, tra cui quello basato sugli anni di contribuzione, che prevede almeno 65 anni di età con un’anzianità di servizio di 42 anni e 10 mesi, nel caso degli uomini, e di 41 e 10 mesi, per le donne.

Le argomentazioni del ricorso

Proprio tale dislivello del requisito di risoluzione obbligatoria è stato posto dal legale della donna alla base delle argomentazioni del ricorso, lamentando l’effetto discriminatorio di detta normativa, posto che ove si fosse trattato di un lavoratore – anziché una lavoratrice – quest’ultimo avrebbe potuto permanere in servizio per tutto l’anno scolastico 2022/2023 e cessare dal servizio in data 31 agosto 2023.

L’ordinanza del Tribunale di Asti

Il Giudice del Lavoro che ha esaminato il ricorso, la dr.ssa Elisabetta Antoci, ha accolto in pieno la tesi del legale della docente, ricostruendo il quadro normativo a partire dalla sentenza della Corte di Giustizia Europea del 13 novembre 2008 (nella Causa n. 46/07), con cui il sistema pensionistico dei lavoratori pubblici italiano è stato qualificato come sistema “professionale” e dunque sottoposto al principio sulla parità di trattamento retributivo di cui all’art. 141 CE, che “vieta qualsiasi discriminazione in materia di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e lavoratori di sesso femminile”.

Il Magistrato ha rilevato che la normativa europea censura qualunque meccanismo che genera una ineguaglianza in materia di retribuzione, dovendosi applicare anche al caso di specie, ove il fattore di differenziazione nel trattamento tra uomini e donne non risiede nell’età pensionabile bensì nella diversa anzianità contributiva (41 e 10 mesi per le lavoratrici, rispetto ai 42 anni e 10 mesi previsto per i lavoratori). Nel caso in esame, dunque, un docente di sesso maschile nelle medesime condizioni della ricorrente avrebbe avuto diritto a permanere in servizio per tutto l’anno scolastico 2022/2023, come pur richiesto dalla ricorrente all’USR per il Piemonte, che, però, le aveva risposto con un diniego e con una puntuale conferma del provvedimento di quiescenza.

L’ordinanza conclude stabilendo che per il caso in esame occorre procedere alla disapplicazione della normativa interna in quanto contrastante con il divieto di discriminazione di matrice eurounitaria, dovendosi ritenere “sussistente il diritto della ricorrente a permanere in servizio sino al compimento dei 67 anni e pertanto, nel caso di specie, sino alla conclusione dell’anno scolastico 2022/2023, e cioè sino al 31.8.2023”.

“Questo provvedimento – spiega l’avv. Braghini – dimostra che l’amministrazione, e ancor prima il legislatore italiano, disattende il principio di non discriminazione ogni volta che pone diversi livelli di accesso alla pensione configurandoli non come facoltativi ma come condizioni di risoluzione obbligatoria del rapporto di lavoro, e ciò, come nel caso di specie, anche quando il requisito fissato dalla legge costituisce una norma di favore per le donne, che, invece, devono sempre poter scegliere se permanere in servizio alle stesse condizioni previste per i colleghi di sesso maschile”.

Avv. Salvatore Braghini – Gilda Insegnanti L’Aquila