Burnout e stress
Burnout e stress

Essere docente precario non è semplice in Italia. Parliamo di quasi 250 mila insegnanti a cui vengono regolarmente negati anche i diritti che spetterebbero loro secondo i tribunali. E parliamo delle persone che si occupano della crescita delle generazioni future. Non è una contraddizione? I precari nel nostro Paese rappresentano un docente su quattro: è davvero un numero imbarazzante. Un precario non può crearsi un progetto di vita, perché non ha certezze. Se la categoria degli insegnanti è a rischio burnout, l’insegnante precario lo è molto di più. Proviamo a farci un’idea delle difficoltà e dei diritti che gli sono negati.

Essere docenti precari in Italia: cosa non si può fare

Come dicevamo sopra, il docente precario non può crearsi un progetto di vita, perché gli manca la certezza del lavoro. La maggior parte di loro in estate non lavora e può contare solo sulla disoccupazione, anche questa una cifra che non è mai certa e che arriva dopo diverse settimane dalla domanda (in cui spesso son costretti a farsi prestare i soldi). La mancanza di un lavoro stabile, impedisce loro di ottenere un finanziamento per l’acquisto di un’auto o la firma di un contratto di affitto. Se poi ci concentriamo sui supplenti brevi e temporanei, dobbiamo aggiungere le difficoltà immense create dal pagamento degli stipendi, spesso in ritardo di vari mesi. L’insegnante partecipa alle gite gratuitamente, ma un giorno di permesso gli costa circa 70 euro del suo stipendio. Per usufruire delle ferie, dovrebbe trovare un collega che lo sostituisca a titolo gratuito, a cui poi renderà il favore.

Precari e diritti negati

Come dimostrano le diverse cause portate in tribunale dai vari avvocati e sindacati, i giudici sono spesso disposti a riconoscere ai precari i diritti che il Ministero gli nega (o almeno il risarcimento dei danni). Di quali diritti negati parliamo? Facciamo un breve elenco, che forse non è nemmeno completo. Il diritto:

  • all’assunzione: eppure, l’abuso dei contratti a termine non dovrebbe più essere una pratica in Italia. I tribunali continuano a condannare il MiM quando un docente presenta ricorso, sulla base delle indicazioni Europee. Oltre 55mila di loro (pari al 23% dei supplenti annuali) hanno tra i 45 e i 54 anni. Ciò significa che in buona parte si tratta di precari storici non stabilizzati con alle spalle anni di esperienze di supplenza in tante scuole.
  • alla carta docente: il bonus per la formazione spetta solo ai docenti di ruolo, secondo la normativa. Ma un precario non ha diritto a formarsi? Non svolge le stesse funzioni, per lo studente, che svolge il docente di ruolo? Secondo i tribunali sì.
  • al pagamento delle mensilità estive
  • alle ferie non godute
  • all’inclusione di tutti i periodi di pre-ruolo nella ricostruzione di carriera
  • al riconoscimento del salario accessorio (RPD) al supplente “breve e saltuario”
  • agli scatti di anzianità per i servizi di precariato effettuati.

Come spiegato più volte, la condizione estesa del precariato porta allo Stato un risparmio di due mensilità l’anno, perché ben 157.461 posti coperti l’anno scorso erano contratti fino al 30 giugno. Quindi, come sempre, si tratta di una questione economica. Il punto è che far vivere in una condizione mentale ed emotiva disagiata (perché così vive chi ha problemi economici) la categoria che si occupa di educare e crescere le future generazioni, a quali risultati può portare? La qualità dell’insegnamento non potrebbe essere parzialmente compromessa in una situazione di pressione psicologica e di sfiducia? Cosa si aspetta lo Stato per il futuro, trattando in questo modo la categoria? Ce lo chiediamo tutti.