Lettera alla redazione
Lettera alla redazione

Riceviamo e pubblichiamo una lettera inviataci da un gentilissimo lettore. ‘Facendo il ballo del Qua Qua Travolta sapeva o non sapeva a cosa andava incontro? Il caso è stato creato ad arte, a tavolino, o c’era qualcosa veramente di non previsto? Ormai tutti sanno che nel mondo dello spettacolo, come in qualsiasi programma televisivo, nulla viene improvvisato. Tuttavia quando questo avviene in diretta qualcosa può sempre sfuggire di mano in barba a qualsiasi scaletta. Un esempio per tutti: era per caso programmato l’incidente di Mara Venier a Domenica in…, con tanto di successiva ingessatura al piede?

È risaputo che per fare audience bisogna inventarsi il “caso” sperando di farlo diventare il più possibile virale. Una fenomeno che viene da lontano e che oggi, proprio grazie alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, si è enormemente amplificato, tanto che ci sono persone che su questo ci campano, come gli influencer e gli youtuber. Infatti già ai tempi di Pippo Baudo a Sanremo s’inventarono quello che si voleva lanciare dal loggione del teatro Ariston, quindi non stiamo scoprendo ora l’acqua calda.

In tutto questo c’è un preciso teorema in una certa televisione, specialmente dal punto di vista commerciale: non è importante quello di cui si parla, l’importante è che se ne parli. Così metà degli italiani da qualche giorno hanno perso di vista la guerra in Ucraina, la tragedia del popolo palestinese nella Striscia di Gaza, il dramma che stanno vivendo i piccoli agricoltori italiani, che per avere visibilità sono stati costretti anche loro a subire la passerella sanremese, e si sono concentrati su questo interrogativo shakespeariano: John Travolta sapeva o non sapeva? Ma per chi appartiene al mondo della scuola sa benissimo che non è questo il punto. Quello che interessa sono i messaggi veicolati attraverso il teleschermo, specialmente quando essi raggiungono 12 milioni di persone, tante quante ne ha avute in media il festival di Sanremo.

Quello che ci dobbiamo chiedere è se vale ancora la pena vedere certe artificiosità, spesso di basso profilo. Ovvero se dissacrare miti consolidati o banalizzare fatti e valori importanti trovano sempre giustificazione nella leggerezza dell’essere. Il riferimento ovviamente non è diretto soltanto a questa kermesse, che pure annovera aspetti positivi. La prendiamo come punto di riferimento per il semplice fatto che è la più seguita trasmissione nazional-popolare da alcuni anni a questa parte. I dati Auditel ci dicono che a guardare il festival sono stati prevalentemente i giovani. Gli stessi giovani che ci ritroviamo nelle nostre aule scolastiche infarinati, grazie ai mezzi di comunicazione, da altre scuole di vita e di pensiero, dove la televisione la fa appunto da padrona.

Quella stessa televisione che è passata dal Non è mai troppo tardi di Alberto Manzi, che tra il 1960 e il 1968 insegnò a leggere e a scrivere ad oltre un milione di italiani, al ballo del Qua Qua per tutti, senza alcun discrimine. C’è stato finora un crescente spostamento dalla televisione culturale a quella della spettacolarizzazione, non è che non avessimo bisogno di quest’ultima, sia ben chiaro, ma c’è uno sbilanciamento verso il futile, il trash. I programmi di approfondimento e quelli culturali ormai sono appannaggio solo dei telespettatori insonni.

La Rai è una televisione pubblica e, come tale, dovrebbe avere un’adeguata avvedutezza circa l’aspetto commerciale dei programmi che propone, con un particolare riguardo su quello che veicola perché gioca un ruolo importantissimo nell’educazione delle masse dei più giovani.
Se qualcosa poi va storto non bisogna dare la colpa sempre e solo alla scuola perché, oggi come oggi, da questo circo Barnum mediatico la scuola ne paga solo le conseguenze’.

Angelo Pepe