Miur
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Giungono copiose le reazioni dei docenti riguardo alla questione del titolo di studio per ricoprire la carica di ministro. Nei diversi commenti giunti in redazione, dopo quanto scritto in un altro nostro contributo, sono gli stessi insegnanti a precisare che non si può ridurre semplicemente ad una sterile contrapposizione tra chi possiede un diploma o una laurea. Le qualità di un buon ministro sono dettate soprattutto da una approfondita conoscenza delle diverse normative scolastiche.

Serve la laurea?

Non sempre era ritenuta necessaria una laurea per ricoprire certe cariche dello Stato, penso a figure alte come Sandro Pertini, che l’università non la ha fatta e per guidare una nazione si è comportato in maniera diversa. La politica italiana ha perso il polso della situazione, ha un paese che non cresce e che inesorabilmente va verso una fase di declino. Occorrono politici che sappiano ascoltare, poco ideologizzati, ma con la voglia di vedere crescere il loro paese, che sappiano chiedere sacrifici giusti e farne altrettanti. Ed è altrettanto importante che i nostri ministri abbiano esperienza di vita, si comportino da buoni padri di famiglia per tutti.

Lo stesso fatto può essere letto con diverse chiavi di lettura: si può valorizzare il merito o legittimare con protervia il proprio probabile futuro lavorativo, si può pensare legittimamente ad un’efficace istruzione dei ragazzi o mascherare un tributo a favore del proprio bacino elettorale locale.

Questo ed altri commenti evidenziano come, secondo un’opinione diffusa, non è il titolo di studio a fare la differenza, quanto piuttosto il possesso di altre doti quali l’empatia, la capacità d’ascolto, la capacità di saper produrre emendamenti di buon senso che siano in grado di colmare le lacune del legislatore.